"E' incredibile a qual punto sia giunta la confusione delle lingue" | Sul delitto Moro... e altro

Aggiornamento: giu 29

di Mattia Carbone

La Renault rossa parcheggiata in via Caetani e il corpo del presidente Moro

Con espressioni quali “strategia della tensione” o “strage di stato” si è spesso fatto riferimento, nella storiografia italiana degli ultimi cinquant’anni, a una deliberata complicità delle istituzioni italiane nell’alimentare uno stato di terrore e insicurezza funzionale a un potenziamento di meccanismi di controllo sociale dai connotati polizieschi, o quantomeno a un consolidamento del sistema di potere avallato dai fautori dell’Atlantismo durante la Guerra Fredda (1). Di queste “teorie del complotto”, prima che investirle a priori di biasimo occamiano divenisse indice incontrovertibile d’intelligenza, come dall’alto di un ritrovato principio di realtà sceverato dal sistema lutulento dell’informazione, che, ammetto, chi fosse in grado oggi di far proprio in buon fede sarebbe salutato come salvatore, se non proprio come “principe di questo mondo” – di queste “teorie del complotto”, dicevo, si proclamarono convinti assertori, in tempi non sospetti, alcuni grandi intellettuali del Novecento italiano come Pasolini e Sciascia, i quali peraltro non ignoravano la natura potenzialmente narrativa e letteraria delle loro ipotesi – e infatti entrambi vi dedicarono, più che delle ricostruzioni cronachistiche, opere ibride di romanzo e saggistica (2). Detto ciò, voglio tranquillizzare il lettore che non è essenzialmente di complotti che voglio parlare, ma dell’evoluzione del ruolo della vittima sacrificale negli ultimi passaggi della storia italiana e mondiale, partendo dalla vessata questione del delitto Moro.


Che Aldo Moro abbia rivestito in qualche modo la funzione di una vittima sacrificale nel senso che Girard attribuisce a questo concetto è constatazione che rischia di rimanere superficiale. Capro espiatorio, si potrebbe dire di Moro, di tutta la stagione del terrorismo, e quindi della crisi endemica di violenza che lo stato italiano attraversava in quegli anni. Non asseconda il copione classico, tuttavia, la semplice constatazione che il sangue ha continuato a scorrere – e anzi più copiosamente – dopo la morte del Presidente, e dunque se ne potrebbe arguire, sulla scorta dell’Achever Clausewitz, che il dispositivo sacrificale abbia mostrato una volta di più la sua inefficacia a ristabilire le differenze e a portare la pace nella comunità, alle soglie del XXI secolo. Io sono convinto però che Aldo Moro rappresenti una versione quasi raffinata del capro espiatorio, funzionale allo stato di superiore lucidità raggiunto dall’umanità recente. Un discorso analogo, sulla falsariga di quello che voglio proporre, si potrebbe fare per tante altre morti illustri dell’ultimo cinquantennio. Lascio al lettore l’onere di applicare, se crede, il ragionamento a casi consimili.

La morte del Presidente della DC, sostiene più o meno esplicitamente Sciascia nel suo L’affaire Moro, ha piuttosto favorito che infirmato quel “compromesso storico” che il Presidente aveva contribuito a cementare tra il PCI e la DC, nel segno di una futura alleanza sistemica che preservasse le esistenti strutture di potere – nominalmente: il complesso degli irrinunciabili “valori occidentali”, ma anche la rete di connivenze tra ceto burocratico-parassitario e borghesia finanziario-speculativa (3), e infine l’alleanza atlantica che di tutti quegli inciuci era il garante e l’equivalente generale. Stupisce, conclude Sciascia, che le BR non si rendessero conto di star favorendo, con il loro operato, proprio quel compromesso che temevano come il trionfo della “borghesia”, ovvero del “sistema”, sulle forze rivoluzionarie extraparlamentari. Erano stupidi, i brigatisti? Oppure venivano astutamente manovrati dai servizi segreti, che conoscevano in anticipo tutte le loro mosse? Oppure erano, le BR stesse, una specie di funzione scenica del sistema, impegnato a preservare sé stesso attraverso certe pratiche spettacolari di consolidamento del potere? (4)


Gli uomini di stato, insegna la vulgata “della tensione”, avrebbero beneficiato, tra le altre, della morte di Moro per cementare da un lato la domanda popolare di sicurezza ed equilibrio – cioè di centrismo atlantista –, dall’altro l’accordo trasversale di tutte le forze parlamentari funzionale alla conservazione dello status quo. Presa per buona questa “letteratura” – ormai avallata come verosimile da più parti – vediamo in che senso essa costituirebbe una raffinata versione del sacrifico espiatorio girardiano messa in opera con quella sapienza storica irriflessa che è virtù propria del potere.

Lo Stato, dissero i fautori dell’intransigenza nel ’78, non tratta con i terroristi. Su questa posizione, con la timida e presto fallimentare eccezione del PSI, si allinearono tutti i partiti, in quella tragica primavera. Dalla sua posizione di ostaggio, disperatamente ma con dignità, Aldo Moro invitò a più riprese i suoi “amici” della DC e degli altri partiti a rivedere le loro posizioni, appellandosi all’insegnamento cristiano che non può sottomettere la singola vita umana alle “astratte leggi” della ragion di stato. Il Cristianesimo a cui Moro fece appello, in quell’occasione, coincideva con la voce dell’impurità, che viene a sciogliere i legami di questo mondo abbattendo potenze e principati, per far emergere la verità dell’Altro, della vittima assoluta. Ma lo Stato che ambisce alla totalità si fonda su un paradigma di separazione e sacertà: l’impuro e la confusione devono essere banditi dal suo recinto. Non è di questo mondo, quel regno. Accettando di trattare con i brigatisti, lo Stato avrebbe rinunciato a quel paradigma e proclamato la propria dissoluzione in atto, presentandosi come equivalente dell’organizzazione clandestina che lottava per la rivoluzione. Posizione, tutto sommato, onorevole, e storicamente legittima: da duellanti storici. Ma lo Stato, nel XX secolo, vuole assumere progressivamente e sempre più chiaramente i connotati di potere sistemico e inscalfibile – trascendendo la propria vocazione originaria in una sembianza di struttura immutabile ed eterna, indistinguibile dalla rete degli interessi finanziari e sovranazionali, che oggi tutti conosciamo bene e paventiamo con orrore al saliscendi di spread e mercati, nonostante e anzi proprio in ragione della crisi dell’istituzione statale che quotidianamente constatiamo. Lo “stato” inteso come corpo sociale si dissolve nel “sistema” inteso come Gestell-dispositivo, semplicemente abdicando al cospetto delle proprie leggi di funzionamento. In assenza di istanze di legittimazione altre che non fossero il debole contratto sociale, e preparando la propria ascesi nella forma quintessenziale di “sistema”, lo stato moderno trova un giustificativo alla propria esistenza residuale nella salvaguardia della vita stessa e nella sua sacrosanta difesa – anzi proprio nella coincidenza sostanziale con essa. Non può darsi che esista quindi un fuori-Stato fondato sulla lotta omicida con cui sia possibile negoziare – uno stato che rappresenti la non-vita che starebbe fuori dalle sue maglie. L’esperienza dei totalitarismi del primo Novecento ha inaugurato la via della coincidenza assoluta di vita e sistema, di politica e biopolitica: nessuno stato della seconda metà del Novecento può rifiutarsi al confronto con quel paradigma velleitario che fu il fascismo figura futuri. La DC lo sapeva – come lo sapevano Pasolini e Sciascia.


Qualsiasi sistema di massa, insegna Girard, beneficia del sacrificio come collante. Tuttavia, l’evo cristiano inoltrato ci vieta di sacrificare la vita umana sull’altare della ragion di stato, sfruttando il potere calmante del sangue d’altri, cinicamente straziando i corpi delle vittime per consolidare le strutture di potere. Nessun totalitarismo dichiarato e sacrificale sarebbe ammissibile oggi – nessun “nazismo” o “fascismo” – dopo che l’infatuazione per la “violenza buona” del primo Novecento si è dileguata tra i rossori delle due guerre mondiali (5). Ma perché non sfruttare comunque questa sapienza antica sul potere calmante del sangue delle vittime, semplicemente lasciandole sacrificare ad altri? Ai violenti, ai fuori casta, ai fuori-di-testa – alle BR, ma non solo: a tutti quegli attori politici violenti di destra o sinistra che si pongono al di fuori dello stato di diritto, e con ciò rifiutano la cultura della biopolitica, che rigetta la morte in tutte le sue forme in nome dell’assicurazione e del superpotenziamento del sistema-vita, e al contempo forniscono però un ricco bacino di sgherri dinamitardi e maneschi da adoperare per sbrigare la sporca faccenda del sacrificio cementante – non più perpetrato dal Potere stesso, ma dal suo nemico-scherano, nano di Zarathustra nemmeno assurto al rango di contro-potere, ma quasi semplice demenza armata.

È interessante notare come l’attivazione di questo dispositivo sacrificale si accompagni a certe pratiche note di designazione della vittima espiatoria. La lettura de L’affaire Moro è illuminante, in questo senso: Aldo Moro è – nelle parole di Sciascia, che a sua volta cita Pasolini – «il meno implicato di tutti» nelle «cose orribili che sono state organizzate dal ’69 ad oggi» – dunque una figura farmaceutica, un fuori-dentro marginale e al tempo stesso centrale in un sistema di potere in crisi che necessita di una ristrutturazione interna. E poi è “una sfinge”, Moro: campione di mitezza e al tempo stesso sornione detentore di un potere sproporzionato alla qualità quasi inesistente della sua violenza e colpevolezza politica. Moro insomma è, di coloro che muovono le fila, il più innocente – eppure è precisamente colui che è designato dalle BR come responsabile, e chiamato a rispondere delle malefatte del Sistema dal “tribunale del popolo” istituito dai brigatisti. (6) Ancora, è essenziale che la vittima sia sottoposta a un processo di disumanazione, ovvero una sua trasfigurazione in altro dal come-noi – e sono gli stessi “amici” della DC a favorire questa metamorfosi, protestando altamente, quando trapelò il contenuto delle prime lettere della prigionia, che quello che scriveva non era l’Aldo Moro che avevano conosciuto, ma forse un suo avatar brigatista o almeno una sua versione dissennata, psicologicamente stravolta e quindi incapace di quella coerenza e fedeltà alle istituzioni che il “vero” Moro aveva sempre dimostrato.

Tali dichiarazioni degli “amici” politici rappresentano per Sciascia il momento più aberrante di tutta la vicenda. E come dargli torto? Con quanta cinica lucidità un uomo di potere, illuminato dalla superiore sapienza che il sistema dell’informazione e il dispositivo sacrificale gli garantiscono, con quanta cinica lucidità un uomo di potere oggi potrebbe favorire o avallare quelle morti che cementano lo status quo in forza della loro virtù sacrificale? È la domanda che pesa sulla coscienza storica del nostro Paese – e non solo del nostro – da ormai più di cinquant’anni. Non ho una risposta certa ma confesso che, dovendo scegliere, sarei meno complottista di Sciascia e Pasolini. Sarei per vedere, in questo “disegno” che si dispiega, piuttosto l’opera di potenze sovrumane che la macchinazione di uno o più semplici esseri umani. Non so davvero se dire questo sia “meno complottista”, ma sono convinto che il fatto di non desiderare la testa di qualcuno su un palo insanguinato faccia di me un razionalista quantomeno in termini morali (7).


Dialogare con le BR, per lo Stato italiano, comportava il rischio di rivelare la natura sordidamente complice del suo gioco di potere e interrompere quell’isolamento simbolico che si stava chiudendo come un cerchio magico intorno a Moro e ai suoi sequestratori, nemici delle istituzioni. Perché la Differenza si mostrasse in tutto il suo splendore, annullando ogni rischiosa reciprocità tra la Repubblica e il “tribunale del popolo”, Moro e i suoi sequestratori dovevano essere identicamente psichiatrizzati – e con quale discrimine? Per Moro-Giobbe la trasfigurazione in altro-dal-grande-statista lamentata proprio dai vecchi amici; per le BR l’esercizio della morte violenta, che lo Stato moderno ripudia e il brigatista adopera invece come principale arma politica. Il marchio vittimario in entrambi i casi è la violenza stessa – ovvero la morte, che la biopolitica aborrisce. Lo Stato moderno, risciacquata in Arno illuminista la sua matrice cristiana, rifiuta la violenza in tutte le sue forme ma strizza l’occhio a quei minions deformi, fuori-sistema, che inopinatamente usano la violenza credendo di poterla manipolare a proprio vantaggio. Ma la violenza piega sempre a favore del sistema – del potere – che dal suo gioco segreto riesce rafforzato.

Funzionale alla tenuta dello stato biopolitico è quindi la figura del terrorista: colui che, con l’arma del tabù moderno per eccellenza, la morte violenta, minaccia di far saltare il sistema quando non fa che avvinghiarne le maglie. I fuori-di-testa, i terroristi di ogni cultura e tempo, sono così indirettamente incaricati di far sopravvivere quello scambio proficuo di vita e morte che è funzionale alla sopravvivenza delle istituzioni umane – mentre lo Stato, che fino a ieri si assumeva candidamente l’onere di esercitare la violenza come ingrediente segreto del suo potere, ora sempre più ipocritamente si ritira nell’ombra di una mitezza apparente, lasciando fare il lavoro sporco ai suoi antagonisti immaginari. Immaginari non perché fasulli o inesistenti, ma perché dello Stato e del suo progetto di potere costituiscono l’immagine ribaltata, infera e demonica – Stato che della vita, la cui difesa è sempre sacra, si fa paraclito lasciando versare ad altri il sangue delle sue vittime sacrificali. Da questa prospettiva, tutte le teorie del complotto sorte come funghi negli ultimi anni – alcune oggettivamente inascoltabili – guadagnano i connotati di una sorta di intuizione narrativa, analoga a quelle di Sciascia e Pasolini, di un grande dispositivo storico-politico di automazione del paradigma sacrificale nel quale siamo completamente immersi – e dietro cui, ribadisco, non riesco a vedere la semplice malizia umana, il banale “complotto”. Si può forse negare che esista un disegno segreto, oppure si può vedervi l’opera di angeli e demoni in lotta. Delle due l’una.


Immagino che lo sviluppo ulteriore di questa tendenza sia rappresentato dalla fine di tutte le guerre, male ancora per poco necessario, cui presto si sostituirà il dispositivo di un terrorismo generalizzato, di un fuori strabiliante che non assumerà nemmeno più connotati umani, ma prenderà la forma di un’invisibile minaccia di morte onnipresente, contro cui la buona famiglia dello Stato dovrà difendere con sofferta e inasprita protettività i suoi poveri e inermi fanciulli. Parlando del nostro mondo contemporaneo, Baudrillard usa la categoria del “transpolitico” per descrivere lo stato di saturazione e inerzia dei sistemi, basato su un equilibrio del terrore e un raffinato sistema di dissuasione, che immobilizza gli attori storici con la minaccia dell’ingresso fatale di un mortifero “fuori” nella macchina sociale (8). Il dispositivo sacrificale perfetto di un cosiffatto sistema si giova di una protesta di responsabilità illimitata e indeterminata, di matrice cristiana, nei confronti di un Altro assoluto portatore di morte, non-umano e fuori-sistema, che attraverso un nostro comportamento antisistemico, magari condotto in perfetta innocenza, minerebbe la tenuta della Grande macchina mammaria alla quale siamo attaccati per sopravvivere. Siamo tutti innocenti, ma il male violento che abbiamo espulso dal Gestell umano può rientrare in qualsiasi momento dalla porticina del nostro cuore non perfettamente acquiescente alle pratiche di manutenzione del sistema. E così anche la vittima espiatoria “perde la sua aureola”, e diviene dispositivo di massa, statistica di morte, conta delle vittime – e i carnefici innocenti siamo noi. Se questo articolo fosse uscito due anni fa, parlando di questo dispositivo terroristico-sacrificale, avrei optato forse per un virus – ma dire questo oggi, a conclusione di un articolo su Moro e sulla “strategia della tensione”, sarebbe a dir poco volgare. Fa specie, tuttavia, constatare come, dalla Guerra fredda in avanti, non si sia mai avuta la grazia di un periodo esente da una minaccia terroristica – fosse la guerra atomica, i neofascisti, le BR, Al-Qaeda, l’ISIS, e ora...


Tante elucubrazioni per cosa, dunque? Quel che conta, alla fine, è che la vita, dentro la bolla, sia curata e perpetuata, financo nella sua forma più larvale – purché si viva! Ma parlare di “vita” forse è ormai inattuale, perché a prevalere è invece il paradigma che ciascuno di noi sostiene e segretamente adora, istruito dalle istituzioni: «né la vita né la morte» – con Baudrillard – «questa è la sicurezza», “nemica di ciascun crudele”. Questa mi pare la conclusione migliore del ragionamento: il disegno segreto consiste forse in nient’altro che un super-potenziamento del Sistema finalizzato alla sua messa in sicurezza, di cui gli uomini e le donne di potere, innocenti di malizia ma colpevoli di acquiescenza, non sarebbero altro che i performanti ingranaggi. Incolpevoli, in qualche modo – e questo segna la principale differenza, credo, tra il mio ragionamento e il complottismo classico. Le uniche alternative all’acquiescenza al discorso egemone non sono necessariamente il demenziale complottismo di QAnon o la reviviscenza di marxismi fuori tempo massimo, che si basano identicamente sull’identificazione di un ceto egemone di colpevoli storici da appendere a testa in giù. Abbassiamo quei diti e proviamo a sceverare il male dall’umano, anche a costo di recuperare qualche mitologema fuori moda o in odore di irrazionalismo. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è fare quadrato tra noi – saremo d’accordo… E intendo noi tutti – non quel noi che dà luogo a un loro.

…E anche questa volta, quasi senza accorgercene, siamo tornati a Girard.


Non è Girard ma Gordon Cole, e quella è la bomba atomica

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(1) Col passare degli anni, quell’ipotesi guadagna sempre più i tratti di uno scenario verosimile e sempre meno l’aura di una teoria del complotto. Penso alle recenti rivelazioni sulla strage di Bologna, ma non solo. A livello sia giuridico che storiografico questa vulgata è ormai accettata da più parti. In che misura le narrazioni artistiche, cinematografiche e letterarie che si sono prodotte su questi temi hanno plasmato la verità storica? Ovvero, passando alla nota successiva…

(2) …quindi nemmeno Pasolini e Sciascia credevano “veramente” a ciò che congetturavano? Pasolini diceva di non avere le prove ma di sapere, in quanto intellettuale – restituendo così al poeta il suo ruolo antico di savant fou, veggente e profeta, e con la sua morte anche una moderna versione di Laocoonte. Di fatto ci ha scritto un “romanzo” e poi è morto ammazzato – una volta non si moriva per i romanzi, se poi per un “romanzo” è morto Pasolini, in tutti i sensi in cui si voglia interpretare quest’ultima frase. Sciascia, più ambiguamente e sottilmente, rileva con ammiccamenti al lettore la natura “già scritta” e “letteraria” della sua ricostruzione dell’affaire Moro – ricostruzione che però si vuole, appunto, “già scritta” nella semplice cronaca degli eventi, con tanto di appello al nume tutelare di Borges e al suo Pierre Menard come garanti della possibilità tutta novecentesca di riconfigurare il senso insinuandosi nella lettera fino allo scrupolo (cfr. Sciascia, L’affaire Moro, ed. Adelphi, pp. 25-31). Germi maturi del postmoderno e della futura, perfetta sovrapposizione di immaginario e reale!

(3) Terminologia molto limpida che rubo a Giorgio Galli (Il golpe invisibile, Kaos edizioni 2015), che di quel “familismo amorale” assetato di potere ha dato un ritratto molto esaustivo.

(4) Che il covo dei brigatisti di via Gradoli fosse collocato in un contesto di proprietà del SISDE dove erano stati alloggiati anche dei NAR è notizia recente e molto gustosa, ma non arriverei con ciò a parlare di complicità delle BR nella “strategia della tensione”… però di manipolazione sì. Spero che questo mi collochi nella fascia del complottismo moderato.

(5) Alludo non solo alla retorica bellicista e violenta che si sviluppa tra futurismi e riviste d’avanguardia a cavallo tra Otto e Novecento, ma alla vera e propria apologia del male storicamente definito che parte da certi nipotini di Nietzsche – e forse da Nietzsche stesso – e culmina nella “congiura sacra” della rivista Acéphale e nel Nazionalsocialismo.

(6) Le citazioni sono tutte tratte da diversi luoghi de L’affaire Moro di Sciascia, già citato. Riporto solo questo stralcio limpidissimo, a suggello di quanto detto finora: «[Moro] non pare abbia mai avuto letizia di potere. L’ha amato, ma l’ha anche sofferto. L’essere tra gli altri il migliore, e il dover disprezzarli, forse gli dava la cristiana misura della propria miseria. Ed era questa la differenza tra lui e gli altri; e la ragione per cui tra gli altri – e in un certo senso dagli altri – è stato prescelto alla morte» (op. cit., p. 117). Adesso sì che lo vediamo, il “Moro espiatorio”.

(7) Tocco così forse il punto più azimutale del mio articolo “complottista”. Mitiga forse l’indigeribilità del concetto ricordare che lo stesso Girard, da razionalista, prende in prestito il lessico cristiano della possessione demoniaca per indicare l’effetto della violenza mimetica, interindividuale e non soggettiva, e dunque non propriamente umana – se l’umano coincide in qualche modo con l’individualità creaturale. Complementari se non alternative a questa lettura sarebbero una seria e strutturata analisi di certi sottotesti presenti, per fare un nome tra i tanti, nell’opera di David Lynch, oppure una seria considerazione di ciò che Dugin ventila nella Quarta teoria politica quando parla di “angelologia politica” (Nuova Europa, Milano 2017, pp. 248-249). Un bell’articolo uscito di recente su L’indiscreto mette in guardia contro una china complottista che potrebbe apparire affine alla mia, che fa appello a qualcosa che non è riducibile in termini riduzionistici all’azione umana e alle sue conseguenze. Con coscienza d’errore, da razionalista mancato io stesso, dico che a distinguere la mia posizione incerta e balbettante da quelle classicamente complottiste è l’insistenza di queste ultime sull’individuazione di una casta di responsabili occulti – ebrei, finanzieri, massoni, vampiri… – di contro all’astrazione del male – come ne La peste di Camus – sulla quale insisto io, e che mi induce a parlare di un “disegno” di carattere destinale e sovra-umano. Questo distinguo tra creaturale e astrazione intendo appunto quando parlo del mio razionalismo in termini morali.

(8) Del dispositivo terroristico come funzionale a una nozione di sistema parla appunto Baudrillard in Le strategie fatali, SE, Milano 2007, cui rimando per le riflessioni sul terrorismo. Cfr. in particolare la p. 36, che andrebbe trascritta integralmente a chiosa di questo articolo. Devo accontentarmi di uno stralcio più luminoso di altri: «Poiché niente ha più senso, tutto dovrebbe funzionare alla perfezione. Poiché non c’è più un soggetto responsabile, ogni evento, per quanto minimo, deve essere disperatamente imputato a qualcuno o a qualcosa – tutti sono responsabili, aleggia una responsabilità inaudita […]. Anche questo è terrore, anche questo è terrorismo: questa ricerca di responsabilità senza alcuna proporzione con l’evento – questa isteria di responsabilità che è una conseguenza della scomparsa delle cause e dell’onnipotenza degli effetti». Era il 1983.

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