Revocare il reine Tor IV | Vorspiel, Vorrede

Aggiornamento: 17 mar 2020


di Bianca Nogara Notarianni


Ne La gaia scienza, l’Innovatore spiegava al proprio Discepolo la necessità, per ogni dottrina, di riuscire a crescere da germoglio in albero, rapprendersi in forma salda per divenire irrefutabile - «ho sete di un Maestro musicale che apprendesse i miei pensieri e li tramutasse nel suo linguaggio … chi potrebbe mai confutare un suono?»; la risposta del Discepolo, da sgomenta («vorresti forse passare per inconfutabile?»), si faceva esclamazione irruente: «ma io ho fede nella tua causa, la ritengo così forte che potrei dire tutto quello che ho ancora nel cuore contro di essa!».


È nel gennaio del 1887 che Nietzsche racconta all’amico e compositore Peter Gast di aver infine ascoltato l’ouverture del Parsifal, del quale aveva precedentemente evitato la rappresentazione: «Wagner ha mai fatto qualcosa di meglio? Vi è qui la suprema consapevolezza e precisione psicologica di ciò che si vuol dire, esprimere, comunicare; la forma più succinta e diretta, ogni sfumatura del sentimento portata sino alla forma epigrammatica … insomma, una sintesi di emozioni che molti uomini, anche “uomini superiori”, riterrebbero inconciliabili». L’aspetto spaesante del libretto, lo scandalo pulsante sotto la definizione di Mitleid che la conclusione dello Zarathustra ha isolato, ma non acquietato («la quarta parte dello Zarathustra … è per me causa di amaro rimpianto. Più esattamente si tratta di un intermezzo (Zwischenakt) tra Zarathustra e chi viene dopo di lui - non ti darò nomi -»), è reduplicato nella sinfonia musicale, estaticità che rispecchia la semplicità assoluta del puro folle, il cavaliere sapiente attraverso la compassione. Come confutare un suono - è possibile scomporre, per incorporare, ciò che è totalmente altro, ciò che è index sui? Nietzsche ha fallito nell’opera di redenzione dal Redentore; ma se Zarathustra ha mostrato la propria insufficienza, nel suo congedarsi risuonava ancora un augurio («si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari… ora è il momento di perdermi e trovarvi: e solo allora che voi tutti mi avrete rinnegato, io tornerò fra voi … per celebrare il grande mezzogiorno»): l’ultima parola non è ancora stata pronunciata. Rimane aperta la possibilità del da capo, tramite quell’atto di violenza che è il cogliere ogni cosa «in profondità e alle radici» (1), ripartendo da quella interminabile lontananza che si perde nell’origine, regione sconfinata dei princìpi dalla quale l’attacco può giungere ex-novo, facendosi Genealogia. E se del preludio del wagneriano Nietzsche annota: «non conosco nulla che prenda così in profondità il cristianesimo, e che spinga così acutamente verso la compassione. Elevato e commosso in modo totale nel cogliere una tremenda certezza, un’espressione di indescrivibile grandezza», della Genealogia della morale, si dirà nello stesso periodo: «essa è il preludio (Vorspiel) della mia filosofia», opera veicolante «una passione che incute spavento». Ricominciare dall’inizio, per replicare le mosse dell’avversario passo per passo: la struttura dell’opera wagneriana è evocata, per essere revocata, dallo Scritto polemico, che si dipana anch’esso in un’introduzione / ouverture e nelle successive tre dissertazioni / atti.


Scrive Scheler ne Il risentimento nella edificazione delle morali (2) che appartiene al tipo umano dell’Apostata colui che non vive alcuno dei contenuti positivi del suo nuovo stato di fede, né attua fini suoi propri; il cui gesto è, piuttosto, polemica contro il credo precedente, nell’impegno di negarlo. Incatenato dal proprio passato spirituale, egli tenta di sviticchiarsene con prolungati atti di rivalsa, ed è forse in questo senso che si può intendere questo esercizio di controcanto. Alla Genealogia è richiesto di dire l’indicibile, e così il rarefatto obiettivo polemico è affrontato in modo tanto evidente quanto assieme cifrato, attraverso un colpo non diretto ma laterale: il bersaglio si fa più ampio, viene storicizzato, per essere eradicato dal nucleo del sistema linfatico alle sue più ampie ramificazioni. Colpire la Croce per liberarsi dalla croce cui si è rimasti affissi, per mostrarne infine la meschinità, replicando ad ogni scena non attraverso una confutazione - «cosa ho mai a che fare io con le confutazioni! - bensì, come si addice a uno spirito positivo, ponendo al posto dell’improbabile qualcosa di più probabile». Che all’artista Wagner e ai suoi componimenti alcuni individui si potessero accostare solo attraverso la parodia, era stato annunciato nell’Inattuale lui dedicata. Ma il maestro «nell’arte di tenersi scisso» ribalta ora la prospettiva: «Come? Questo Parsifal è stato veramente preso sul serio? Infatti si sarebbe tentati di supporre il contrario, anzi di augurarci - che il Parsifal di Wagner sia un divertimento, quasi come epilogo e dramma satiresco con cui il Wagner tragico avrebbe voluto prendere congedo da noi e anche da se stesso». Allo scherzo del libretto subentra un severo e ponderato discorso (riavvio da un’origine radicale, che permetta infine di problematizzare l’ambiguità dall’apparenza, la sua ipocrisia assiologica), al gioco del Vor-Spiel si sostituisce la parola disincantata e indagatrice del Vor-Rede; solo al termine dell’impresa si riceverà in premio la gaiezza, «ricompensa per una serietà lunga e coraggiosa». Lasciando da parte il raffronto minuzioso tra le tre rispettive sezioni - che si può trovare nel bellissimo scritto di Á. Heller, Un’etica della personalità (3), dal quale prende avvio questo ciclo di articoli tutto -, si può passare direttamente alla Terza Dissertazione, in cui il crescendo del duello è tale che l’autentica mira del contendere è lasciata trapelare: in essa si svolge il processo al compositore, reo di aver di aver portato in scena, incarnata nei suoi personaggi, una morale che in realtà è commedia, di aver messo in musica un esiziale inganno. L’interrogatorio è feroce, la belva si prepara, smascherato una volta per tutte il Possenreisser, il seduttore nei panni di maestro, a chiudere su di lui le proprie fauci: «che cosa gli importava propriamente quella virile (ah, così svirilizzata) semplicità agreste, quel selvatico giovanotto d’un Parsifal, che viene infine da lui cattolicizzato con mezzi così capziosi?». Ma la lancia scagliata verso l’eroe ferma la propria corsa, e rimane miracolosamente sospesa sulla sua testa (4): «che cosa sarebbe dunque il Parsifal inteso seriamente? È proprio necessario vedere in esso (come è stato detto di me) “il prodotto di un odio divenuto insensato contro la conoscenza, lo spirito e la sensualità”?». Il serpente scopre il fianco e riesce a mordere solo la propria coda, suggerendo al lettore ciò che ancora non viene afferrato, l’enigma che soggiace alla riflessione; è necessario interpretare come ingannevole provocazione l’opera? Nei frammenti coevi, si riporta: «preludio del Parsifal, il più grande beneficio che mi sia stato reso … è come se qualcuno, dopo molti anni, mi parlasse finalmente dell’enigma che mi attanaglia, fornendomi tuttavia non la risposta che cerco, bensì quella cristiana».




















La narrazione, tentata catarsi dello scandalizzato, è andata ampliandosi per cerchi concentrici sempre più ampi - la menzogna sospettata inizialmente è finita per coincidere con la malafede dei valori europeo-cristiani tutti -, e proprio a queste altezze il suo nocciolo vivo torna ad emergere: la direttrice espansiva è ancora individuabile ne l’Anticristo, nel momento in cui nel testo evangelico sono trasposti i segni del cavaliere del Gral - «sia detto ancora una volta, io mi oppongo a che venga incluso il fanatico nel tipo del Redentore… come un’innocenza fanciullesca ricondotta nella sfera spirituale. Essa non si mostra né con miracoli, né con ricompense e promesse, e nemmeno “mediante la Scrittura”: essa stessa è in ogni istante il suo miracolo, la sua ricompensa, la sua dimostrazione, il suo “Regno di Dio”. Questa fede non si formula neppure, essa vive, è restia alle formule… la sua “conoscenza” è la pura follia (sein “Wissen” ist eben die reine Thorheit)». E l’esperienza di due millenni non insegna forse che questa sapienza attraverso la compassione ha fallito, che la redenzione non si è effettivamente compiuta?


La requisitoria abita il rischio inerziale della vicinanza: ancora una volta, da capo, l’apparato simbolico si decompone e perde la propria provocatoria coerenza, rapprendendosi in nuova armonia: Cristo «si può chiamare “un libero spirito”», e «solo noi, spiriti divenuti liberi, abbiamo i presupposti per comprendere qualcosa che diciannove secoli fa hanno frainteso». «Infondo è esistito un solo cristiano, e questi morì sulla croce»: dire il secolare fraintendimento di una singolarità incompresa (rivelazione subito infranta, la cui sconfitta si ripercuote per un tempo infinito attraverso una falsa lettura delle scritture, attraverso l’equivoco della cristianità), per dire il proprio Calvario, il misconoscimento vissuto, l’esperito tradimento e abbandono. Attorno a Cristo, attorno a sé, si allungano le soffocanti spire di un caliginoso «cristianesimo» che «promette tutto, ma non mantiene nulla», e che anzi «lo ha inchiodato alla sua croce». Se c’è dunque stato un «primo cristiano», può ancora esserci «“l’ultimo cristiano”, che forse io arriverò a conoscere…»: l’Anticristo è l’avversario messianico dei tempi ultimi, colui che precede il Redentore con la propria negazione - è il suo Preludio, ne annuncia personalmente la parusia: “Ecco l’uomo!”, gesto di esposizione di un libro, di un corpo, martoriato e sfigurato dal dolore, ormai irriconoscibile nella continua sussunzione di maschere, pose, nomi nello sforzo di riscattare una vita ormai trascorsa, restaurarne la fisionomia così da riottenere la propria unicità: «ascoltatemi! Perché io sono questo e quest’altro. E soprattutto non confondetemi con altri!».



***

(1) cfr. Al di là del bene e del male, aforisma 229. «... Si consideri, infine, che anche l'uomo della conoscenza, allorché costringe la sua mente a conoscere "in contrasto" con l'inclinazione della mente e abbastanza di frequente anche contro i desideri del suo cuore, - cioè a pronunciare un no, laddove vorrebbe affermare, amare, adorare -, esercita il suo potere come artista e come trasfiguratore della crudeltà; già ogni prendere le cose in profondità e alle radici è un atto di violenza, una volontà di far soffrire diretti contro quel fondamentale volere dello spirito che mira incessantemente all'apparenza e alla superficie - già in ogni volontà di conoscenza c'è una goccia di crudeltà».

(2) Scheler, Per una fenomenologia e sociologia del risentimento in Il risentimento nella edificazione delle morali, Vita e Pensiero.

(3) Á. Heller, Nietzsche e Parsifal, Prolegomeni a un’etica della personalità in Un’etica della personalità, Mimesis Edizioni.

(4) cfr. R. Wagner, Parsifal. Dramma sacro in tre atti, Atto II.

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