La guerra tra Asi e Vani | La vera domanda è come si è arrivati al lieto fine

Aggiornamento: apr 10


di Pietro Somaini

Il mito norreno della guerra tra Asi e Vani ha provocato una seconda “disputa” nel XX secolo, molto meno violenta ovviamente, tra i suoi interpreti, in particolare tra gli storicisti (che avevano dalla loro una lunga tradizione) e gli strutturalisti (il cui massimo esponente è stato Georges Dumézil). Oggi, nel XXI secolo, nessuna delle due interpretazioni ha veramente prevalso.

Ci si può dunque chiedere: una teoria di grande attualità come quella dell’antropologo René Girard, che pretende di potersi destreggiare con qualunque racconto mitico, può offrire una nuova soluzione interpretativa? Egli si definisce, giustamente, uno strutturalista perché studia tratti strutturali comuni nei miti, eppure non è nemmeno del tutto estraneo a una lettura storicista dal momento che secondo lui le strutture mitiche sono il prodotto di un meccanismo che deve essersi storicamente verificato per averle generate effettivamente.

Possiamo quindi intendere questa teoria come la giusta mediazione tra le due interpretazioni? A ben guardare è altrettanto vero che si distanzia da entrambe. Sul piano delle conclusioni viene respinta sia l’idea di ridurre la narrazione a concetti o funzioni sia la necessità di azzardare una datazione dell’evento empirico ispiratore, chissà quante volte rielaborato. Sul piano metodologico rivendica un maggior rigore: come già evidenziava Dumézil in Gli dèi dei Germani, è del tutto arbitraria la distinzione degli storicisti tra cosa nei testi sia ricordo e cosa pura fantasia, ma lo è altrettanto l’affermazione di Dumézil stesso che il termine “guerra” serve solo a esprimere un’opposizione concettuale. Ammesso che abbia dimostrato che non c’è nessun motivo per pensare che Asi e Vani rappresentino divinità di popoli diversi, ciò non comporta che allora non resti nessun motivo per pensare che una guerra possa essere realmente accaduta. Infatti non esiste solo la guerra tra popoli diversi, esiste anche la guerra tra popoli con la stessa religione, esiste inoltre la guerra civile. Gli storici hanno ampiamente sottolineato la problematicità della tendenza strutturalista a concepire un “popolo” come un’unità indivisibile e immutabile.



Nella lettura del mito in questione gli storicisti pongono l’accento sulla credibilità dello scontro, gli strutturalisti sul suo lieto fine, Girard su entrambi, o meglio, su come si passa da un credibile scontro al suo lieto fine. Il meccanismo del capro espiatorio serve a risolvere esattamente questo problema e ogni volta che l’antropologo vede documentato ciò che lui elabora teoricamente si chiede: sarà una coincidenza oppure è ragionevole pensare che qualcosa di simile sia realmente accaduto?

Gli antichi non erano consapevoli che è proprio grazie all’unanimità ritrovata contro uno solo, il capro espiatorio, che la pace ritorna, che tutte le ostilità che generavano fazioni e lotte vengono dimenticate. Non potevano essere consapevoli del meccanismo perché altrimenti il meccanismo non avrebbe funzionato. Come si può essere consapevoli di ciò che si dimentica? Come si può dimenticare le ostilità verso gli altri consapevolmente? È chiaramente impossibile. Se perciò i loro miti lo documentano, l’unica spiegazione ragionevole è che si sta descrivendo qualcosa di realmente accaduto, non di saputo, non qualcosa che appartiene alla sfera concettuale di chi racconta. E se non è descritto in maniera corretta, ma confusa, nulla di strano: di nuovo dobbiamo ribadire che gli antichi non sono consapevoli di cosa descrivono. Se necessariamente non lo hanno capito, necessariamente la descrizione non sarà del tutto corretta. Sarebbe piuttosto strano il contrario.

Il mito della guerra tra Asi e Vani non ci racconta di un linciaggio di un capro espiatorio. Come abbiamo appena sottolineato, se così fosse, paradossalmente Girard avrebbe in qualche modo torto. Eppure la narrazione non è nemmeno priva di una curiosa serie di indizi (altrimenti la teoria di Girard comunque non funzionerebbe, questa seconda affermazione è per tutti ovvia).



Nell’Edda di Snorri la pace è raggiunta con un gesto a cui devono partecipare entrambe le fazioni, cioè sputare in un recipiente. Da esso nasce l’uomo più sapiente di tutti, Kvasir, il quale viene ucciso da due nani che dal suo sangue ottengono l’idromele. Chi ne beve diventa poeta e uomo sapiente.

Le “carte” ci sono, solo che sono state rimescolate per mancanza di consapevolezza. La partecipazione a un gesto da parte di entrambe le fazioni che fa finire le lotte e l’uccisione della vittima che dà inizio alla poesia e alla sapienza, cioè alla cultura e al racconto di miti, diventano due eventi separati, poi del tutto slegati. A questo punto infatti possono essere rielaborati autonomamente. L’uccisione della vittima, per esempio, trova una nuova giustificazione: il suo legame con la fine della guerra viene completamente obliato e in alternativa vengono introdotti una serie di elementi che l’associano a una bevanda inebriante. Non è certo Dumézil che nella sua analisi manipola il testo, solo che alla luce dell’ipotesi di Girard ciò che analizza è una rielaborazione degli antichi (se i popoli del Nord Europa, o i precedenti Indoeuropei, o ancora prima, questo evidentemente non è determinabile).

Ma naturalmente è solo un’ipotesi, che richiede di accettare una serie di interventi al testo che uno potrebbe non essere disposto a fare. La presenza delle suddette “carte” potrebbe essere solo una coincidenza. Il rigoroso metodo comparativo, che proprio gli strutturalisti e Dumézil hanno affinato, suggerisce di confrontare almeno un secondo caso.



Nella trasposizione storica dello stesso Snorri (Ynglinga saga) la pace è raggiunta in un altro modo, eppure, guarda caso, le solite “carte” non mancano e con loro i soliti sospetti. Qui non si assiste a tutti che sputano, ma a un reciproco scambio di ostaggi: è comunque un gesto che richiede la collaborazione di entrambe le fazioni (ed è interessante che sia comunque una sorta di espulsione, in una versione dal proprio corpo, nell’altra dalla propria comunità). Poi avviene l’omicidio, di nuovo di un personaggio sapiente, non Kvasir ma Mímir; di nuovo la sua sapienza non viene perduta perché Odino permette alla sua testa decapitata di parlare ancora, ma soprattutto, guarda caso, di nuovo il mito non indica nessun legame tra questo delitto e la pace ritrovata.

Di conseguenza dobbiamo dire che di nuovo l’ipotesi di Girard viene avvalorata sia dalla compresenza di tutti gli indizi necessari sia dal fatto, altrettanto necessario, che essi sono presentati nel mito con significati diversi da quelli che avrebbero se alla base ci fosse una consapevolezza di quello che è successo.

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