La metafora del coronavirus | Il vero morbo e il bisogno di trascendenza

Aggiornamento: 23 mar 2020

di Marco Stucchi


Il vero problema non è il coronavirus. Il virus, del resto, non è mai al centro dei nostri discorsi: anche quando pensiamo di parlare del virus – di un qualcosa di pericoloso, in espansione, trasmissibile per contagio – ci riferiamo in realtà ad altro. Insomma, del virus ci interessa ben poco, e a ragione in fin dei conti, poiché non sarà di certo l’infezione virale in sé a causare i danni maggiori.



Facciamo un passettino indietro di circa tremila anni e chiediamoci: perché, nella Grecia ionica del VI° secolo a.c., in caso di peste o di qualche altra malattia, veniva ucciso ritualmente un individuo, il cosiddetto pharmakon? Oppure perché, durante la “Peste nera” del XIV° secolo, si intensificarono le persecuzioni violente ai danni degli ebrei? La risposta, tanto scocciata quanto sbagliata, sarà: i greci dell’antichità, così come i francesi e gli spagnoli del medioevo, non avevano la benché minima idea di cosa fosse un virus e di come si curasse una malattia; le loro reazioni insensate erano dettate semplicemente dall’ignoranza e dalla superstizione.


Di fronte a una risposta simile c’è un’obiezione facile facile: se le persecuzioni collettive non hanno alcuna utilità in caso di epidemie, perché si è ricorso ad esse per millenni? Una soluzione che non ha efficacia, semplicemente e darwinisticamente, non dura nel tempo.


Sì, mi direte, va bene – che noia – vuoi dire che il coalizzarsi violentemente contro pochi placa le tensioni sociali. Si tratterebbe di uno sfogo collettivo che, per qualche ragione, riesce a tranquillizare e rassicurare i persecutori, rinsaldando la fiducia tra loro. Ma alla fine dei conti non si risolve il vero problema: la malattia.


Concordo su tutto, tranne che su un dettaglio dell’ultima frase. Se le pratiche persecutorie avessero solo il merito di risolvere un problema marginale, quello di stabilizzare l’emotività della comunità, e non il vero problema, sarebbe difficile spiegare il fatto che siano state utilizzate così ricorrentemente in ogni dove e in ogni quando.


Il punto è che sono le relazioni umane ad aver sempre rappresentato il vero problema in situazioni di crisi. Un’epidemia, così come un terremoto, una guerra, una rivolta, una qualsiasi catastrofe naturale, determina un mix diffuso di paura, insicurezza e rabbia. Questi stati emotivi inaspriranno su larga scala tensioni sociali, diffidenza verso il prossimo, probabilmente frustrazione per il senso di impotenza. Questi fattori, se non opportunamente frenati o modulati, conducono dritti al tutti contro tutti, al bellum omnium contra omnes di hobbesiana memoria. E non esiste calamità, naturale o artificiale, che possa competere – non solo a livello di stress psicologico, ma anche a livello di danni materiali – con la situazione relazionale di un tutti contro tutti e con i vari step che, puntualmente, la precedono.


In questo senso scrivevo in apertura che non è il virus a preoccuparci. Possiamo dire che nel dibattito pubblico l’epidemia in senso medico ha una funzione metaforica, in quanto rimanda ad altro. Precisamente rimanda a questo clima di sfiducia generalizzata e panico di cui si iniziano a intravedere i primi segni. Nei secoli si sono evoluti strumenti simbolici, come questo tipo di metafora, che ci servono per definire – e qui è bene recuperare l’etimologia latina: delimitare, confinare – la Crisi caotica del tutti contro tutti.


Piccola inciso letterario. Quando Omero nel primo libro dell'Iliade accenna al tremendo morbo che si diffonde nel campo degli Achei, oppure quando Sofocle parla della peste tebana nell’Edipo Re, intendevano esprimere – mi rifaccio ovviamente all’esegesi girardiana – proprio quel male sociale che minaccia il crollo del sistema. Direi però che sarebbe insufficiente, e forse scorretto, sostenere che questi autori utilizzassero le descrizioni delle malattie come metafore. Non è sulla base di una “licenza poetica”, o di una sorta di immaginazione artistica, che questi autori fanno riferimento alle epidemie; si tratta piuttosto di un tentativo di aderire realisticamente ai fatti[1]. Il morbo come metafora non è un artificio retorico letterario, è prima di tutto una nostra reazione, catartica a suo modo, alla crisi sociale.


Torniamo al 2020. Dovremo dunque aspettarci, e lo possiamo constatare già da ora, che la crisi sarà di portata eminentemente sociale ed istituzionale, prima che sanitaria. La crisi economica ne costituirà un riflesso. Del resto, l’economia non è che un’arena in cui si confrontano – secondo certe regole ed entro certe codifiche simboliche – desideri e passioni umane.


Allora che fare? La prospettiva qui tracciata come ci suggerisce di agire?

Dovremmo trarne l’insegnamento che il virus è fin dei conti una metafora, che a contare sono le relazioni umane e che quindi dovremmo riversarci in strada ad abbracciarci fraternamente con i cuori vibranti di gioia? Certo che no. Dovremmo, al fine di scongiurare la peggiore delle crisi, inaugurare qualche persecuzione di massa verso una minoranza? Oppure dovremmo dichiarare aperta la caccia al paziente zero di cui parlava su questo blog Damiano Bondi? Certo che no, non funziona così.


L’approccio che, a mio parere, consegue dalla tesi qui presentata, si pone a metà strada tra il descrittivo e il prescrittivo ed è il seguente. L’atteggiamento più salutare e costruttivo, in questa fase, è un atteggiamento di carattere conservativo. La crisi più pericolosa, quella sociale, si risolve con la polarizzazione della massa. Per ottenere questo risultato la via più semplice e collaudata è affidarsi placidamente alle autorità già presenti: le autorità mediche e scientifiche e, soprattutto, le autorità politiche, nazionali e regionali. Uniformare comportamenti e credenze avrà sicuramente effetti benefici, sia sulla crisi sanitaria sia sulla Crisi con la ‘c’ maiuscola.


Due pietre di inciampo stanno però su questa strada. Il primo problema è evidente ma meno serio, il secondo più nascosto ma assolutamente centrale. Il primo problema è una controindicazione (forse fisiologica): i decreti emanati dall’autorità legittima diventano veicoli e vettori della montante aggressività individuale (illegittima). Basti vedere quanto ci ha messo la campagna #iorestoacasa, partita con i sorrisi benevoli negli spot pubblicitari, ad assumere i toni inquisitori della minaccia. L’approccio da giustiziere da parte del singolo non contribuisce alla causa comune, anzi. Con l’addensarsi dell’ombra della Crisi, si fanno più labili i confini tra contenuto e modo, tra sostanza e forma. L’utilizzo da parte del singolo di toni violenti, anche se a difesa delle disposizioni governative, indebolisce di fatto l’autorità (leggasi la violenza) legittima.


Immettendo in circolo dosi eccessive e incontrollate di violenza si finisce infatti con il destabilizzare l’ordine che si pensa di difendere. L’aggressività del singolo richiama facilmente altra aggressività in risposta. Si verificano dinamiche di accusa pressoché randomizzate e iterabili ad libitum: c’è chi accusa il runner che si fa una corsetta, chi accusa chi accusa il runner; chi accusa il vicino che porta il cane fuori, chi accusa chi non si fa i cazzi propri. Il dibattito politico, “serioso”, aderisce agli stessi meccanismi: chi accusa il politico o il partito x, chi accusa questi accusatori con l’accusa di irresponsabilità. Ogni accusa – anche quelle che ho fatto io – contribuisce alla danza frenetica che progressivamente erode il sistema sociale.


Non voglio sembrare catastrofista. Credo che gli Stati moderni e, più in generale, le forme i sistemi culturali che abbiamo a disposizione, siano dotati di anticorpi capaci di stroncare la Crisi di cui parlavo. Ma. C’è un ma, che mi porta al secondo guaio, quello più serio. La Crisi che attraversiamo sta denunciando infatti un problema. Ho prima scritto che il modo più efficace con cui da sempre si risolvono le crisi è la polarizzazione collettiva favorevole (o contraria) verso un’istanza d’autorità. Circoscriviamo il discorso alla nostra situazione. L’autorità legittima fondamentale, che de facto e de jure regola le nostre relazioni, è quella della Repubblica Italiana.


La situazione che stiamo attraversando sta mettendo in luce – e svelando contribuisce al logorio – la scarsa salute di cui gode l’autorità, ossia la sovranità, statale. Scenari caotici, pericolosi e delicati come quello attuale sono eccellenti indicatori rispetto alle capacità e ai limiti di intervento dell’autorità sovrana. In questa analisi non può non verificarsi una sovrapposizione di piani: il livello operativo, logistico e strategico (individuare soluzioni, selezionare i mezzi e le tempistiche per attuarle) non può prescindere dalla dimensione del potere reale, che in buona sostanza costituisce il collante ultimo della società.


L’odierna emergenza sta portando impietosamente a galla incertezze, frammentarietà e debolezze insite nel nostro sistema statuale. L’incapacità di intervenire tempestivamente e i rimpalli di responsabilità, tra enti comunali e regioni, tra regioni e Stato, tra Stato e organismi sovranazionali, sono i frutti di quel processo, in atto da decenni, che potremmo definire di evaporazione della sovranità.


Ormai non è più chiaro dove risieda l’autorità ultima, ossia il potere capace – ovviamente entro certi confini (legislativi e territoriali) – di agire in situazioni di crisi. Si sa, grosso modo, cosa bisogna fare: sospendere tutte le attività non essenziali, potenziare immediatamente il Sistema Sanitario Nazionale, erogare fondi straordinari per famiglie e aziende al fine di fermare l’emorragia causata dallo stop forzato. Non si sa più però chi può e deve farlo, e a quali condizioni. L’autorità procede lentamente, tra incipienti crisi di identità. Viene così meno, poco a poco, il freno più importante alla violenta escalation sociale che conduce allo sfacelo totale.


Il tutti contro tutti, in una prospettiva girardiana, è evitabile solo attraverso l’istituzione di una trascendenza, ossia di un’istanza legittima altra rispetto ai contendenti in campo. Abbiamo ancora trascendenze a cui rifarci, ma sono state logorate da una lunga malattia istituzionale. L’indebolimento del sistema sanitario, il ridimensionamento della previdenza sociale, l’impotenza della politica, la progressiva scomparsa di un tessuto sociale in grado di assorbire efficacemente traumi di questo tipo: sono tutti sintomi di questa malattia decennale.


Se qualcuno pensava che, in un mondo globalizzato e sempre più complesso, la trascendenza (o le trascendenze, come ad esempio gli Stati nazionali) rappresentasse uno schema passato e superabile, in qualche modo solubile a fronte di un’emergente centralità dell’individuo; quel qualcuno dovrà ricredersi.



L’agenda per il domani dev’esser chiara: riportare la trascendenza “politica”, la fonte della legittimità, là dove può rendersi riconoscibile e identificabile dai singoli, là dove può contare su istituzioni collaudate, solide e già realizzate, là, insomma, dove può essere realmente operativa. Anche in questo caso la bussola, io credo, dev’esser quella del conservatore: l’emergenza deve farci mettere da parte una volta per tutte velleità fantascientifiche. Il luogo in cui risiede la nostra trascendenza deve tornare ad essere la Carta Costituzionale del 1948 – prodotto di millenni di raffinate elaborazioni di quella silenziosa e mirabile “scienza del sacro”[2] – e assieme ad essa il Parlamento della Repubblica Italiana, inteso come luogo in cui siede il Sovrano: il Popolo.


L’alternativa a un recupero di questa trascendenza, di una sovranità popolare incardinata nei principi della Costituzione, è l’espansione dell’ombra della crisi peggiore tra tutte, quell’incontrollabile escalation violenta da cui giganti del passato quali Eschilo, Sofocle o Shakespeare, ci hanno messo in guardia.



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[1] Fatti in senso interdividuale.

[2] 'Sacro' non è ovviamente da intendersi in senso mistico, bensì in senso ampio girardiano: 'sacro' come cultura, come costruzione del sociale.


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