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La sacralizzazione della violenza bellica | Sul conflitto russo-ucraino

di Lorenzo Cerani



Nell’epoca contemporanea ci siamo assuefatti ad una campagna di opinione che vede il trionfo della razionalità tecno-scientifica come il punto apicale del progresso della nostra cultura, nonostante negli ultimi anni l’irrazionalità della guerra si sia fatta strada fino a raggiungere le frontiere orientali dell’Europa, a crudo testimonio, forse, del persistere di tendenze ingovernabili nell’enigmatica natura dell’essere umano.

Ed è proprio lo sfondo del conflitto in Ucraina che potrebbe fungere da sismografo per indagare quelle manifestazioni apparentemente insensate, aliene dall’asettica razionalità celebrata dall’Occidente opulento nei confronti delle culture che presuntivamente derubrica a poco sviluppate lungo l’asse valutativo dei propri valori liberali e democratici. La guerra, infatti, rappresenta anche simbolicamente la caduta nella barbarie mai completamente debellata che giace nell’Africa interiore di ogni uomo, il sonno della ragione che ne risveglia gli incubi più temibili sempre in attesa di avere campo libero una volta colta in fallo la debole cesura morale offerta dalle nostre regole e convenzioni umane, troppo umane.

Con l’arrivo completamente inatteso (almeno secondo una determinata propaganda) dell’invasione russa, il re si è scoperto improvvisamente nudo e il teatrino occidentale di promesse strappate agli europei di un rapido ingresso ucraino nell’Eurozona ha finito per perdere colpi crollando miseramente sotto il peso della ben più dura realtà di un coinvolgimento militare volto a salvaguardare da ingerenze un paese composito e che vedeva passo dopo passo allargarsi il patto atlantico sotto i suoi occhi.

Dinanzi al divampare del conflitto per effetto dell’operazione speciale promossa dal presidente della federazione russa abbiamo assistito a proclami strombazzanti di una chiamata alle armi generale, nel nostro paese si è verificata una polarizzazione del dibattito pubblico che vedeva regredire drasticamente il pluralismo delle posizioni, come un basso continuo il martellare della campagna mediatica che dipingeva la questione scottante in senso unilaterale si faceva progressivamente più insistente che mai. In breve, da noi come altrove l’irrompere della guerra ha capovolto gli schemi preconcetti e ha fatto saltare la prospettiva data per scontata dalle diplomazie occidentali di una fine della storia e del pacifico allargamento del liberal order promosso dagli States a suon di rivoluzioni colorate non troppo autonome, colpi di stato ai danni di paesi poco allineati ai propri desiderata, sovvertimenti di libere elezioni qualora non fossero benvolute dalle loro oligarchie economiche ecc.


L’Occidente, nel conflitto finora svoltosi in Ucraina che l’ha visto partecipe sul fronte dei ciclopici rifornimenti bellici come dell’addestramento delle truppe di Zelensky (assieme a operazioni terroristiche riguardanti i rifornimenti energetici secondo il giornalista Pulitzer S. Hersh), non facciamo fatica a considerarlo come portatore della hybris rimproveratagli dal pensatore della destra sacra R. Guénon rispetto alla mentalità tradizionale e olistica della “metafisica orientale” che potrebbe trovare la sua espressione nella Russia gelosa delle proprie tradizioni e in lotta per mantenere una posizione di autonomia nel disordine globale (1).

Innegabile anche la corsa ad un’assimilazione dell’Ucraina al cortile occidentale per l’isteria emotiva causata dall’emergere del conflitto, il suo essere tirata per la giacca dalle cancellerie europee malgrado sospetti di proxy war tra gli Usa e la Russia già ai tempi delle manifestazioni di piazza Maidan, per alcuni analisti molto ottimisti il segno di una spinta democratica, per altri, più cupamente, soltanto un putsch che rientrava nelle mosse occulte dello scacchiere geopolitico americano.

In questa direzione si possono ricordare le analisi di B. Abelow che attestano le provocazioni del blocco occidentale tra gli anni ’90 e il 2022 in relazione all’allargamento fino a 1600 km del patto atlantico in chiara provocazione russofoba e contro le promesse fatte a Gorbačëv, al ritiro dal trattato sui missili ABM del 2001, unitamente al ritiro da trattati sulle armi nucleari a raggio intermedio così come alla dotazione di armi letali agli ucraini e ad esercitazioni comuni di carattere militare (2). Tutti elementi che, sulla scorta delle osservazioni dello stesso pensatore religioso Guénon, potrebbero concorrere a derubricare i fatti alle frontiere europee come manifestazione delle “illusioni occidentali”, intese tanto come la falsata autopercezione di superiorità nei riguardi degli altri popoli, rappresentazione superstiziosa e non autenticamente scientifica della stessa scientificità (riducendo alla materia l’orizzonte dello scibile umano e sospettando di oscurantismo qualsiasi sapere che sfugga al quadro), abbaglio tutto moderno di pretendere che non possano sussistere limiti capaci di fissare delle coordinate stabili al fenomeno della vita e terrore panico per pericoli irreali al suo disegno egemonico che lo spingono al perfezionamento di mezzi bellici di conquista e sterminio di altre culture (3).



Allargando per un attimo la prospettiva, forse al di là del conflitto in atto innescato, sapientemente da potenze incapaci di considerare alternative al proprio ferreo dominio assoluto, occorre concentrarsi sugli aspetti specificatamente religioso-sacrificali sottesi agli avvenimenti bellici che invadono le quotidiane dirette televisive per venire a capo di quanto ci sta succedendo. Forse, al netto del pregiudizio di sapore razzista occidentalista per cui vi sarebbe un giardino di diritti e luminose libertà da preservare nei confronti dei selvaggi non occidentali che minaccerebbero di insozzarlo, in questa guerra come in ogni scontro militare di epoca moderna è in gioco la natura stessa dell’umano inteso come intrinsecamente homo religiosus sin dalle origini.

L’uomo, difatti, non è heideggerianamente il pastore dell’Essere e nemmeno in grado di autodeterminarsi liberamente in accordo con certo umanismo esistenzialistico, ci dice l’apocalittico pensatore cristiano R. Girard, bensì una specie sottomessa a meccanismi imitativi che ne informano il comportamento sin dall’infanzia (dove reinterpretando un passo agostiniano gli stessi neonati competono tra loro perché imitandosi per doppia mediazione desiderano lo stesso latte materno), originariamente deficitaria e bisognosa di riflettersi in modelli che però tendono fatalmente a diventargli competitor spingendola a lotte rivalitarie che trovavano il culmine in veri e propri massacri innocuizzati col ricorso a vittime espiatorie prima immolate e poi sacralizzate (il cosiddetto doppio transfert di cui parla nel suo magnum opus “La violenza e il sacro”). L’uomo, pertanto, diversamente dal pregiudizio comune, più che un animale razionale è un animale che per autoprotezione si spinge a considerare la violenza che gli è congenita (non in virtù di un’innata tendenza alla violenza quanto per il suo carattere iper-mimetico che per double bind lo stringe contraddittoriamente ai suoi mediatori imitativi con sbocchi conflittuali) come estranea a se stesso, per meglio domesticarla e costruendovi sopra le impalcature della sua civiltà intrise del sangue di altrettanti scapegoat. A rompere il quadro si verificò la rottura epistemologica della religione ebraico-cristiana, originariamente promotrice di un sapere vittimario (sebbene nell’ebraismo questa tendenza per Girard fosse ancora larvale) e capace nella sua difesa accorata degli ultimi e della vulnerabilità della nuda vita di impattare con le culture arcaiche e il loro gusto per il sangue sacrificale, desacralizzando la cultura occidentale, deprivandola di vittime espiatorie atte a contenerne le violenze intestine sul punto di scoppiare.

Ed è proprio sullo sfondo di queste intuizioni originali sulla reciprocità e il fondamento imitativo dell’agire umano che Girard verso la fine del suo itinerario speculativo partorisce le riflessioni in un libro intervista a B. Chantre: l’oggetto della riflessione diventa Clausewitz e la sua riflessione sul tema bellico che Girard si propone di concludere mostrando il carattere mistico della guerra nelle sue derive, l’impossibilità di un ricorso alla forza bellica per congelare il tempo e rimettere le pedine della storia al loro posto (4).


Come ha notato M. Ravera, in questa denuncia anti-provvidenzialistica dell’impotenza della ragione e della filosofia della storia compiaciuta che si pasce di aver indovinato l’avvenire radioso dell’umanità Girard si dimostra tradizionalista come De Maistre, non nel senso volgare di desiderare una restaurazione di un passato irrimediabilmente trascorso quanto perché assetato di un riequilibrio, nel caos nichilista moderno, di una traditio e di valori capaci di sottrarre l’uomo alla violenza indifferenziata (per la scomparsa delle differenze che conduce al bellum omnium contra omnes in termini girardiani)(5). Tanto Girard che De Maistre, poi, imperniano la loro riflessione sul sacrificio che per il Savoiardo è una legge eterna di reversibilità, un richiamo ineludibile dell’essere umano che impone severamente un bagno di sangue compensatorio per riequilibrare l’ordine del tutto, mentre all’opposto il pensatore di Avignone vede nel cristianesimo la rottura col sacrificio che fonda culturalmente i diritti umani e la modernità per come la conosciamo (6). Ma quello che è più rilevante ai fini del nostro discorso è la riflessione in parallelo dei due sulla divinità della guerra, tema tanto più attuale oggi che ci sentiamo trascinati nel gorgo della violenza scivolando verso il baratro per decisioni altrui: nel De Maistre delle “Passeggiate di San Pietroburgo” la guerra viene metafisicizzata fino a farne l’avatar di un dio sanguinario in analogo al Girard delle conversazioni con Chantre dove il fatto bellico finisce per assumere le sembianze di una religione vera e propria (7).

Tanto Girard quanto il campione di anti-illuminismo De Maistre, riassumendo, si fanno portavoce in forma diversa di un radicale pessimismo circa la possibilità dell’uomo di assumere la guida dei processi violenti scatenati dai conflitti, che ineluttabilmente gli sfuggono di mano con effetti sempre disastrosi: l’uomo non è artefice del conflitto bellico, ne è più spesso il prodotto, il mero effetto di superficie. E come l’uomo è vittima della propria tendenza mimetica così interi stati (nel volume si traccia una riflessione sul rapporto ispirato dall’imitazione intercorrente tra la Francia e la Germania).

Sin dalle prime pagine del libro-intervista, Girard nota che lo stratega militare Clausewitz avesse dimostrato intuito rispetto all’approfondimento del fenomeno bellico ma senza radicalizzare le proprie osservazioni, in special modo riferendosi alla sua definizione della guerra come duello che tende all’estremo dandola vinta al sentimento di ostilità rispetto all’intenzione razionale di ostilità: precorrendo la teoria mimetica, a detta di Girard qui avremmo a che fare con una definizione della guerra moderna (quindi fenomeno di massa rispetto al passato delle poleis) nel senso di un’azione reciproca sempre passabile di trasformarsi in un tropismo che conduce alla guerra totale, al massacro infinito (8). Impossibile non intravedere tra le pieghe del discorso girardiano richiami allarmanti alla situazione tragica che vede armamentari nucleari che tengono gli europei tra l’incudine e il martello a tutto vantaggio da chi può freddamente approfittare della fortunata circostanza per sbarazzarsi di alleati malfidati e nemici futuri troppo coriacei.



Proseguendo la disamina del testo clausewitziano, Girard considera che anche la difesa e l’attacco in ottica mimetica siano da ripensarsi in ambito bellico: il difensore desidera continuare la guerra il più possibile, di modo da apprestarsi a condurre un attacco ancora più virulento, l’attaccante all’opposto desidera la pace, e la loro polarizzazione rende difficile stabilire chi abbia attaccato per primo, dov’è la vera vittima? (impossibile non notare evidenti parallelismi sulle attribuzioni mediatiche di colpe bipartisan alla parte russa dimentichi del Donbass ecc.)(9).

Per Girard occorre poi smascherare le raffinate elucubrazioni della razionalità dialettica di conio hegeliano, in quanto in ultima analisi il genio di Hegel non riesce a comprendere che lo scontro non necessariamente conduce ad un’irenica riconciliazione e ad un reciproco riconoscimento (su cui tanto investirà Kojeve) ma al conflitto totale perché si desidera (mimeticamente) essere l’altro, non essere riconosciuti dall’altro (nel rapporto servo-padrone)(10).

Ancora astraendo dalle pagine di Girard non si può fare a meno di correre con la mente al carattere illusorio di pensare l’Ucraina pienamente occidentalizzata e inserita nella comunità europea senza pagare lo scotto di averla così spinta nella spirale mimetica di violenza nei riguardi dell’altra potenza sul confine che si vedrebbe così minacciata da un paese da sempre interconnesso alla propria cultura di colpo recidentesi il cordone ombelicale che la collegava allo spazio d’influenza russa (in questo senso l’Ucraina come la Polonia desiderando essere una cosa sola col suo modello/ostacolo russo in termini di potenza finirebbe nolens volens per confliggerci).

In una prospettiva anti-razionalistica, ci dice Girard, si può riutilizzare Clausewitz con la sua dottrina della guerra come tensione all’estremo per correggere le teorizzazioni hegeliane (di cui Girard accoglie ad esempio l’idea di una coscienza infelice e di cattiva infinità per parlare della contagiosità del desiderio mimetico e dell’indifferenziazione) e riportare il discorso sulla violenza sui giusti binari.

La guerra oramai si è fatta ideologica, indifferenziata, le astratte teorie di una possibile conflittualità solo sulla carta totalizzante (come illustrato da Clausewitz) si sono inverate nei genocidi novecenteschi, ed è sempre la guerra che si profila dietro l’apparente generosità dei doni e della reciprocità che anche nel caso del commercio nasconde sempre un fondo violento latente (in questo senso Marx è stato anticipato nelle sue descrizioni del denaro dai padri della Chiesa)(11). E su questo punto si potrebbe attingere alle vicende riguardanti le sanzioni economiche ai cosiddetti “stati canaglia” per attualizzare le idee girardiane, aggiungeremmo noi. Per non parlare degli inviti più o meno espliciti a marginalizzare i russi sul piano artistico, culturale, spogliandoli di premiazioni nelle competizioni sportive, ecc.


Anche il diritto, fondato anticamente sulla violenza mimetica (come dimostrano le gogne pubbliche che seguono le condanne nei tribunali) non è più un mezzo adatto a dirimere le controversie tra gli stati, e così l’umanità subisce un’accelerazione verso la violenza originaria, compare nuovamente il sacro nella spiritualizzazione della violenza guerriera preannunciata da Clausewitz con i suoi elogi del genio militare e guerresco e il suo risentimento tutto prussiano verso la figura di Napoleone, suo modello/rivale (12). E pertanto la sacralizzazione della violenza, priva di sbocchi sacrificali come nelle antiche comunità premoderne, rischia di farsi assoluta ed esigere tributi di morte via via più estesi, rischiando di fagocitare la stessa vita umana in un tripudio nichilistico prima dell’avvento del Regno cristiano espresso dalle criptiche poesia hölderliniana di Patmos e dell’Unico”(13) che rimedierà alla cattiva reciprocità della violenza mimetica col balsamo offerto dalla fratellanza da parte del modello non violento offerto da Cristo: il superomismo nicciano e il modello eroico clausewitziano manifestano così il sintomo moderno dell’impossibilità di servirsi (ancora) della violenza per dare senso alle cose, rivelatasi sterile per effetto della rivelazione cristiana anti-vittimaria (14). Anche su questo punto così pregnante è impensabile non vedervi correre dei paralleli rispetto alla spasmodica evocazione mediatica di un’eroicizzazione dell’Ucraina indifesa facente tutt’uno con l’innocentizzazione del “kantiano” (!) battaglione Azov e il tentativo come nel caso jugoslavo con l’esercito di liberazione nazionale kosovaro e alcuni suoi crimini accertati di passare sopra aspetti oscuri non in linea con la narrazione, per non dimenticare come per analisti quali D. Fabbri Zelensky che parla ucraino con accento russo e il cui stesso nome è una variante del russo Vladimir è il perfetto gemello mimetico, doppio imitativo del presidente della federazione russa.

Da una parte e dall’altra della storia, infatti, il bisogno di trovare eroi e di giudicare e assolvere nei conflitti scatenatisi tradiva l’amara consapevolezza che non ve ne fossero affatto e che gli uomini impegnati a stringersi in un abbraccio di morte fossero identici gli uni altri, copiantesi nel distruggersi a vicenda senza alcuno scopo. Sempre in questo senso il conflitto che vedeva contrapporsi l’Ucraina e la Russia più che uno scontro tra civiltà (per smentirlo basterebbe andare ad approfondire il profondo accordo culturale tra i due popoli) riveste i caratteri di uno scontro effetto di un’indifferenziazione violenta originatasi per il tramite di un’Occidente che “abbaiava” alla federazione russa e ne minacciava la pax rispetto a paesi entro il suo sistema di rapporti di forze, spingendoli soffiando sulle braci del loro nazionalismo reattivo a frammentare e cannibalizzare in conflitti intestini un paese vastissimo nella logica militare del divide et impera. E se l’ultimo Girard auspica un’Internazionale cristiana (15) capace di realizzare una demistificazione della violenza vittimaria come antidoto al peccato originale del mimetismo umano forse l’ultima speranza, traendo spunto dai testi citati, è data dall’emergere di un mondo finalmente multipolare e disancorato da imperialismi vecchi e nuovi ciechi all’accelerazione mimetica tendente all’estremo che rischia di condurci in un baratro senza vie di fuga.


(1) Cfr. R. Guénon, Metafisica orientale (1925), Adelphi, Milano, 2022.

(2) Cfr. B. Abelow, Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina (2022), Fazi, Roma, 2023, pp. 15-29.

(3) Cfr. R. Guénon, Oriente e Occidente (1924, ed. accresciuta 1948), Adelphi, Milano, 2016 pp. 25-135.

(4) Cfr. R. Girard, Portando Clausewitz all’estremo (2007), Adelphi, Milano, 2008.

(5) Cfr. M. Ravera, Girard pensatore tradizionalista? Suggestioni maistriane nel pensiero dell’ultimo Girard in “René Girard e la filosofia” (a cura di G. Fornari e G. Mormino), Mimesis, Milano-Udine, 2012 pp. 43-66.

(6) Ibidem.

(7) Ib.

(8) Cfr. R. Girard, op. cit., pp. 25-45.

(9) Ib., pp. 45-52.

(10) Ib., pp. 61-93.

(11) Ib., pp. 100-107.

(12) Ib., p. 127 e ss.

(13) Ib., p. 196 e ss.

(14) Ib., supra pp. 147-154.

(15) Ib., pp. 283-291.



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