La idol, l'idolo e lo stalker | Maestria tra donne in "Toradora!"

Aggiornato il: 28 feb 2020

di Mattia Carbone



Toradora è un anime di grandissimo successo del 2008 dello studio J.C. Staff, tratto da una serie di light novel pubblicate tra il 2006 e il 2009. Classica commedia romantica di ambientazione scolastica, si distingue per la raffinata caratterizzazione dei personaggi e per una speciale vocazione etica – non saprei come altro definirla – che senza dubbio è da ricondurre al contributo della sceneggiatrice Mari Okada, tra le più abili della sua generazione e particolarmente sensibile alla rappresentazione del mimetismo. Si vedano, di suo, lo splendido Ano hi mita hana no namae o bokutachi wa mada shiranai (2011) e il commovente Kokoro ga Sakebitagatterunda (2015).

Di questa serie analizzerò due episodi in particolare, il 5 e il 6, incentrati sul personaggio di Ami Kawashima, che più di chiunque altro nella serie dimostra una consapevolezza profonda delle dinamiche mimetiche che condizionano la sua vita e quella delle persone che ha accanto.


Ami è ancora alle superiori ma ha già avviato una carriera da modella che le ha permesso di apparire su alcune riviste di moda. Vittima della concomitante pressione del desiderio d'altri su di sé, è stata costretta, come la Mima di Perfect Blue (1997), a corrispondere all'immagine di sé che le riviste e i media le hanno confezionato addosso. Le modelle, e in particolare le idol giapponesi, devono corrispondere in pieno all'idealità di cui sono vestite nella fantasia dei maschi desideranti nazionali, per conservare il proprio status di desiderata di superiore lignaggio: remissività, dolcezza, semplicità e universale benevolenza. Così facendo esse si conservano in una situazione di amae – ovvero di dipendenza da altri e amore passivo – che garantisce l'identità attraverso il flusso del desiderio d'altri.

Si può dire che Ami, quando appare la prima volta, è a tutti gli effetti una poser prigioniera della posa che la concomitanza del desiderio d'altri l'ha costretta ad assumere. Tale condizione, che le permette di essere investita da una robusta corrente di desiderio, è tuttavia vissuta dalla ragazza con disagio, perché l'immagine che è stata costretta ad assumere non corrisponde minimamente alla propria indole, che è arrogante, superficiale e tirannica. Per giunta, ella è perseguitata, in qualità di supporto dell'immagine di lei che i media hanno confezionato, da uno stalker. Per questo è stata costretta, poco prima della sua apparizione nella serie, a cambiare scuola e quartiere. Lo stalker, come il fantasma di Mima in Perfect Blue, rappresenta l'incarnazione del desiderio d'altri e la sua qualità alienante, il suo potere di sovrapporre alla naturalità dell'esistenza un'immagine di plastica sulla quale colano le bave del desiderio massificato.

In queste condizioni, Ami entra in contatto con il gruppo di Aisaka Taiga e Takasu Ryuji. La figura di Taiga, in particolare, giunge gradualmente a configurarsi, per Ami, come mediatore di una particolare modalità di gestione del sé e del desiderio. Vediamo come.

Taiga è straordinariamente affine, per personalità, ad Ami. Entrambe dispotiche e viziate, arroganti e superficiali, vivono tuttavia in maniera assolutamente antitetica: Ami nascondendo sé stessa sotto un'immagine posticcia, ma garantita dal desiderio d'altri; Taiga imponendo la propria indole e facendone motivo di orgoglio e miccia di desiderio per gli altri. Tra le due scatta un'immediata rivalità, determinata in parte dall'affinità caratteriale, ma in misura ancora maggiore dallo scandalo costituito dalla possibilità di vivere autenticamente la propria indole che Taiga incarna con coraggio, laddove Ami soccombe docilmente all'immagine di sé che televisioni, stalker e fan le hanno cucito addosso. Per giunta, Taiga ottiene, rimanendo fedele alla propria indole, tutto quello che Ami cerca di garantirsi senza successo: l'affetto e la stima degli amici, il desiderio degli altri per sé. In questo senso non c'è doppia mediazione, la rivalità è a senso unico: è Ami a guardare Taiga con invidia e desiderio – ovvero, è Taiga il modello-ostacolo di Ami –, mentre Taiga, a parte schiaffeggiarla per fastidio, non mostra particolare interesse per la candidata rivale.


Taiga viene al mondo, per Ami, come mediatore interno, idolo di perfezione dotato di una divina autonomia, ma tanto simile a sé da rendere inaccettabile questa stessa prossimità e la profonda divergenza di risultati esistenziali che l'accompagna. Ingaggiata nella mediazione interna, Ami tenta in tutti i modi di trascinare Taiga nella rivalità mimetica, ma invano, stante la divina indifferenza di lei, almeno fino a quando Ami non gioca la posta del ragazzo amato. Nel seguito della serie, è su Takasu Ryuji, compagno di classe di entrambe, che si giocherà la più feroce battaglia mimetica, culminante in una buffa disfida di nuoto nella quale sarà il fanservice a farla da padrone. Ami, potremmo riassumere, cercherà nel campo della seduzione il riscatto per la sconfitta mimetica che ha subito nel campo dell'autenticità indolica, finendo tuttavia per innamorarsi davvero di Ryuji.

Ami è una ragazza molto intelligente, nonostante le apparenze, forse il personaggio più intelligente e maturo di tutta le serie, e non ci vuole molto perché si accorga che la battaglia per Ryuji non solo è destinata a volgere in suo sfavore, ma non tocca nemmeno il nodo centrale della questione. Non si tratta, qui, di dimostrare di essere migliori di Taiga nell'arte femminile del farsi desiderare dagli uomini – anche se, in senso lato, potremmo dire che questa non è che una manifestazione deteriore del problema principale. La questione, per Ami, consiste nel risolvere il conflitto interiore che la vede prigioniera di un'immagine di sé involata dal desiderio d'altri e la possibilità, incarnata dallo scandalo-Taiga, di un'assunzione autentica del proprio essere – o del modo d'essere di un modello prestigioso, se proprio si vuol fare i pignoli e non si vuol ammettere che esista qualcosa come l'indole di una persona – senza deterimento della corrente di desiderio di cui si è investiti.

La rivalità tra Ami e Taiga per Ryuji si trascinerà ben oltre gli episodi che ho preso in considerazione per la mia analisi, ma possiamo dire con certezza che la vera e propria epifania risolutiva di Ami avviene nel finale dell'episodio 6, quando, grazie all'esempio di Taiga, ella riesce finalmente a liberarsi del fantasma della propria immagine e, conseguentemente, dello stalker che di quell'immagine fantasmatica era il demone tedoforo.

Lo stalker, dunque, è riuscito a rintracciare il nuovo indirizzo di Ami e a mettersi di nuovo alle sue calcagna per fotografarla di nascosto. La ragazza, invece di affrontare apertamente il molestatore, o denunciarlo, veste occhiali coprenti e abiti larghi, nella speranza di non farsi riconoscere oppure di disattivarne in qualche modo il desiderio. Le ragioni che inducono Ami a non affrontare il molestatore ma a fuggirlo sono evidenti: egli rappresenta, in qualche modo, l'incarnazione di quel desiderio massificato che converge su di lei in virtù della sua professione di modella e della mediazione delle riviste di moda; una garanzia d'esistenza, un prestito di pienezza metafisica del quale è difficile liberarsi, in assenza di alternative.

È il comportamento esemplare di Taiga, temporaneamente coinvolta nella sua stessa situazione, a mettere Ami di fronte al significato della propria remissiva condiscendenza verso lo stalker. In una scena dell'epidosio 6 di importanza cruciale, Taiga si imbatte per caso nello stalker di Ami, che riconosce in lei una qualità analogamente desiderabile – termini come moe, kawaii, che dicono molto agli iniziati e poco ai profani –, e inizia a fotografarla; ella tuttavia non oppone la dolce remissività di Ami alla molestia, ma aggredisce l'ossesso prendendolo a pugni e male parole, provocandone la fuga e la conseguente disillusione riguardo alla desirerabilità di Taiga. Ami, nascosta nelle vicinanze, assiste alla scena ed è sconvolta di fronte all'esemplarità della reazione di Taiga. È in quel momento che Ami comprende in pieno la propria compromissione nella logica duplice del desiderio d'altri, che fino a quel momento le ha impedito di ribellarsi a uno stato di cose eterodiretto per l'incombenza del ricatto di desiderio – cioè dell'amae. Perché prendere a pugni lo stalker significa ribellarsi all'immagine di plastica, alle condizioni vincolanti e alienanti del desiderio della massa, spogliandosi della virtù metafisica che al desiderio si accompagna.

Istruita dall'esempio di Taiga, Ami urla a squarciagola e si lancia all'inseguimento dello stalker. Raggiuntolo, gli strappa la macchina fotografica di mano e la distrugge a calci. Lo strumento della prigionia immaginaria è ridotto in frantumi e così l'immagine di plastica che quelle fotografie invetrinavano. Lo stalker, che vede sfumare l'immagine dolce e remissiva della idol, fugge maledicendo la menzogna che l'ha irretito nel desiderio per Ami.


La mediazione buona di Taiga ha liberato Ami dalla mediazione cattiva del desiderio della massa, incarnato nello stalker. Taiga ridiviene, almeno temporaneamente, mediatore esterno, esempio buono, maestra di vita: è l'oyabun, il senpai, il sensei, la figura del mediatore senza rivalità, senza circolazione dei ruoli, senza rancore e invidia. È una scommessa, quella del buon mediatore, sulla quale i giapponesi, analogamente a Girard, sentono di poter fare affidamento, nella prospettiva sempre futuribile della salvezza dall'ossessione mimetica.

L'epifania non ha un effetto catastrofico su Ami: non è, da qui innanzi, salvata ora e per sempre dal mimetismo. Fa fede, se ce ne fosse bisogno, il residuo di rivalità feroce che ancora lega le due ragazze intorno alla figura di Ryuji. Eppure, la consapevolezza così ottenuta solleva Ami in un regime di superiore lucidità, dalla cui altezza, nel prosieguo della serie, ella comprende e giudica con superiore acume tutte le vicende dei personaggi, quasi fosse diventata un'ipostasi del narratore. La stessa Taiga, modello e artefice della conversione romanzesca, rimane ben più a lungo prigioniera delle proprie menzogne romantiche. Come a dire che, in fondo, non serve essere il Buddha illuminato – o Cristo – per accompagnare gli altri sulla strada della rivelazione e, in prospettiva, della salvezza. Questa mi sembra, in buona sostanza, la scommessa dell'etica giapponese sulla maestria come mediazione esterna del prossimo.

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