Sul movimento “Black lives matter” | Schizo-dialogo

Aggiornamento: 17 giu 2020

di Mattia Carbone

La statua di Edward Colston a Bristol, giugno 2020 (fonte BBC News)

Questo articolo costa a chi scrive il notevole rischio di essere etichettato come “razzista” o “bianco privilegiato”, cieco di fronte alla sofferenza delle minoranze oppresse – etniche, di genere, di orientamento sessuale, di ogni tipo – oppure come relativista d’accatto, polemico per amor di polemica, retoricamente arroccato su posizioni affettatamente critiche dell’opinione della maggioranza – quale che sia – dalla quale cerca in tutti i modi di distinguersi per snobismo, finzione distintiva, puntiglio aristocratico. Nulla di più alieno dalla mia reale sensibilità. La mia professione mi pone poi in una condizione ancor più delicata, perché in quanto insegnante sono chiamato in una certa misura a farmi portatore di un discorso condiviso, egemonico, a difendere una compagine di valori consolidati dal percorso storico della nostra cultura. Questo è anche il senso dell’insegnamento, al di là dell’educazione al pensiero critico: essere il rappresentante, presso le nuove generazioni, di un portato di cultura consolidata rispetto alla quale il docente non si può porre in maniera unicamente critica e demistificatoria, ma anche e soprattutto supportiva, perché non si faccia involontariamente alfiere di quel relativismo da quattro soldi contro cui l’istituzione scolastica stessa è chiamata a resistere, in questi tempi di reversibilità assoluta dei discorsi. Cionondimeno, una necessità interiore mi impone di non tacere, se il mio fiuto, se così posso esprimermi, sente che qualcosa non torna, come nel caso delle manifestazioni di questi giorni che hanno fatto seguito alla tragica morte di George Floyd.

Ho detto, con apparente contraddittorietà, che il principale nemico dell’istituzione che rappresento è un “relativismo da quattro soldi” che qui sembro deputato a incarnare come peggior esemplare, criticando una causa universalmente condivisibile, giusta, sacrosanta, basata sull’idea che le vite dei neri contino quanto quelle dei bianchi – non di più: così tengono a specificare i supporters della causa BLM, criticando i bianchi privilegiati e i loro alfieri che alla presa di posizione politicamente netta dei difensori dei neri hanno opposto il loro insulso “All lives matter”, trascendendo l’apparente settarismo della prima rivendicazione e protestando un’evidenza egualitaria che, vien risposto loro, in questo momento non è necessario ribadire, in quanto tutti sanno che le vite dei bianchi contano, ma non tutti sanno che quelle dei neri contano altrettanto. Si dice insomma che lo slogan “Black lives matter” non deve essere inteso, ovviamente, come asserzione divisionista, tesa ad alimentare una “guerra fredda” a sfondo razziale, ma come manifesto politico, appunto, nel quale la parola “black” trascenda quasi la sua denotazione circoscritta e si faccia portatrice dell’universale difesa della minoranza oppressa cui siamo chiamati a rispondere non solo nel XXI secolo – e non solo a seguito delle rivoluzioni del ‘900 – ma, mi pare, almeno dalla morte di Cristo in croce. Donne, ebrei, neri, terzo mondo, proletari – a costoro noi privilegiati dobbiamo il nostro fattivo supporto, perché il silenzio su questa questione è oggi complicità nell’oppressione, alla quale sono soprattutto indotti coloro che non hanno vissuto l’oppressione per privilegio di classe, di genere o razziale, e che conseguentemente liquidano la protesta nera, non vissuta sulla loro pelle, come insignificante.

A questa cerchia rischio di essere ascritto io stesso – perché bianco, maschio, europeo, privilegiato, studiato e in procinto di scrivere contro BLM. Non sono ignaro del fatto che la posizione da cui si scrive conta tanto quanto il contenuto di ciò che si scrive: sarò quindi il primo ad ammettere la fallacia dell’intento politico con cui questo articolo è scritto, continuando però a difendere il suo contenuto. Paradossalmente, secondo la logica corrente, potrei rendermi politicamente credibile solo scrivendo da una qualunque posizione di trans- (gender, etnico, culturale di qualunque sorta), nerizzandomi, femminizzandomi secondo una logica che non ho il coraggio di perseguire fino in fondo – cambiare sesso per scrivere un articolo? Lasciatemi piuttosto nella mia fallacia, e chiudete l’articolo senza finire di leggere.


Difendere le minoranze dalle ingiustizie della maggioranza privilegiata, dicevamo. Giustissimo principio: è il motore di tutte le grandi e vere rivoluzioni. Giusto anche ribadire che i neri, nonostante le grandi lotte e le rivoluzioni del ‘900, così come le donne, sono ancora lontani dalla perfetta integrazione, e ancora sono vittime di pregiudizi e discriminazioni che serpeggiano silenziosamente con la quiescente complicità dei privilegiati, con la perpetuazione di strutture di dominio e oppressione che non siamo ancora riusciti a sradicare. Tutto giusto, insomma: dov’è l’errore?

Prendiamola alla larga: l’errore originario, quasi banale a dirsi da una prospettiva girardiana, sta anzitutto nell’individuazione (implicita o esplicita) del nemico della protesta: il razzista. Chi è il razzista, oggi? Donald Trump? Matteo Salvini? L’autore di questo articolo? C’è qualcuno che, oggi, dopo la Seconda Guerra Mondiale e le lotte per i diritti civili degli anni Sessanta, possa esplicitamente proclamarsi razzista? La risposta è scontata: “Non sono razzista ma…”, e in quel “ma” si cela tutto il rimosso di un pregiudizio che non può essere più detto ad alta voce, ma continua a serpeggiare nelle coscienze sommerse. Perché non può più essere detto ad alta voce? Perché la parabola storica del Novecento ha privato il razzismo dei suoi improbabili appigli pseudoscientifici e denunciato una volta per tutte il suo volto bieco e disumano, incarnato dalla violenza nazista e segregazionista: l’antirazzismo è divenuto, per fortuna, discorso egemonico, discorso della maggioranza, discorso vero per tutti – o quasi tutti. Nessuno è razzista, ma…

La condanna universalmente accetta di quel “ma”, tanto apparentemente intelligente e critica, è il cavallo di troia tramite cui torna in scena un grande rimosso che credevamo estinto con la fine della “superstizione” cristiano-cattolicuccia: il processo alle intenzioni, di cui la Santa Inquisizione si servì in passato per far piazza pulita di eretici reali o presunti. Il fatto oggettivo è che un poliziotto violento e insensibile a qualunque umanità – ma piuttosto sensibile all’opinione del branco e della folla, come dimostra la sua ostinata e orgogliosa permanenza sul collo di Floyd, mentre tutti gli gridavano di levarsi – ha causato la morte di un uomo innocente, sospettato di un crimine risibile. L’interpretazione del fatto è che Derek Chauvin rappresenti il razzismo latente delle istituzioni e degli americani privilegiati in genere – lettura confermata peraltro dalle statistiche: nulla di nuovo, nella storia della polizia americana, i dati parlano chiaro. Derek Chauvin è sicuramente uno di quelli del “Non sono razzista, ma…” – ma in realtà lo era, razzista: ecco la prova. Anche la moglie – indocinese, sapevate? – l’ha scoperto con sgomento quando il volto di suo marito è rimbalzato su tutte le televisioni nazionali, e ha chiesto subito il divorzio. Potere del processo alle intenzioni! Derek Chauvin era razzista senza saperlo – perché aveva interiorizzato la struttura dell’oppressione, il white privilege inconsapevole, e se ne è reso conto, forse, soltanto ora. Non vedo l’ora di vederlo, con il capo cosparso di ceneri, scusarsi pubblicamente per il suo gesto, avendo interiorizzato l’accusa di razzismo e ammettendo, finalmente, che anche lui era così, era un bianco privilegiato razzista, e in quel suo “ma” si celava l’ignoranza di una violenza esercitata per abitudine d’oppressore, e che finalmente il discorso collettivo è riuscito a estirpare dal suo animo.

Mi sia permessa una pausa: passo la parola a un interlocutore spettrale, che chiamerò Thomas, e che presenterà un punto di vista più allineato, ostile al mio, e grazie al cui intervento la natura monologica di un discorso come il mio, che aspira per difetto politico e strutturale alla dialogicità, potrà almeno in parte emendarsi.


THOMAS: Insomma, quello che stai cercando di dire, un po’ alla paracula, è che tutti sanno che il razzismo è male, e non c’è bisogno di ribadirlo, soprattutto nel caso di George Floyd, che forse è addirittura un “nero per caso”, perché sarebbe potuto succedere anche con un bianco, intendi? Tutti sanno già che il razzismo è male, tu dici – ed è vero, perché quasi nessuno ha più il coraggio di proclamarsi tale, ma il razzismo inconscio, il pregiudizio involontario, quelle cose non sono ancora scomparse, nonostante tutte le rivoluzioni di cui parli! La Vera Rivoluzione è ancora tutta da fare, e deve essere più sottile, deve passare non più soltanto dalla luce delle piazze, come già fa, ma insinuarsi nel sottobosco dell’inconscio collettivo: dobbiamo estirpare il male razzista alla radice, in modo simile a come abbiamo scelto di cambiare le regole della grammatica per garantire l’uguaglianza di genere! Far sì che il significato implicito della black face come diversa, pericolosa, inferiore e problematica sia subito trasceso nella percezione immediata dell’uomo comune, perché egli smetta semplicemente di vedere il diverso, la faccia nera, il grosso e muscoloso George Floyd, ma abolendo la differenza incontri soltanto il volto squisito e proteiforme dell’umano quintessenziale, privo di connotazioni, “come noi”, volto d’angelo che con la sua purezza non può indurre pregiudizio o paura! Solo educando a questo modo l’inconscio delle persone si potrà giungere al traguardo della perfetta uguaglianza, e ciò sarà possibile solo se la protesta continuerà a infuriare, sempre, fino a quando anche l’ultimissimo razzista sarà convertito e si inginocchierà sulla tomba di George Floyd chiedendo perdono!


AUTORE (aside) L’arguzia e l’eloquio di cui ho fatto dono a Thomas rischiano di mettermi più in difficoltà di quanto non sia già! Ma proprio come, nella “Lettera al padre”, Franz Kafka rese certamente il suo interlocutore fantasmatico più intelligente di quanto fosse suo padre Hermann, così anch’io preferisco che a confrontarmi sia un giusto e ben armato difensore della Causa, come credo sia il mio Thomas – che certo vive in me, schizofrenicamente, e quindi mi redime almeno in parte. Tornando a noi, Thomas, ti rispondo così: la fallacia del tuo ragionamento, in questo caso, è credere idealisticamente nella possibilità di estirpare chirurgicamente il razzismo dalla faccia della Terra, dall’animo di ogni singolo essere umano. Animato come sei da un irenismo assoluto, che condividi con molti nostri contemporanei, pacifisti e multiculturalisti di ogni confessione e provenienza – e tra i quali mi annovererei senz’altro – continui a sognare l’avvento del Regno di Cristo sulla Terra, la pace delle differenze e l’apocatastasi dell’uomo antidiluviano, senza chiamarli con questo nome. Se anch’io coltivo queste illusioni, cosa ci differenzia? La fede, che in te è sconfinata, nella bontà dell’azione politica, la fiducia nelle possibilità dell’uomo di compiere l’opera cristiana della Rivelazione con le forze gemelle del tuo raziocinio (“Siamo tutti uguali, come fai a non capirlo?”) e della politica (“Protestare, urlare ‘black lives matter’ a squarciagola prepara il risveglio delle coscienze per un domani migliore”). Io, invece, non credo nelle rivoluzioni né nella possibilità che l’uomo compia l’opera della Rivelazione per mezzo di esse. Precisiamo: non credo che sia impossibile, all’uomo, compiere l’opera della Rivelazione in generale. Credo che sia impossibile farlo con le forme di rivoluzione e protesta che abbiamo ereditato dai secoli passati. Serve qualcosa di diverso. Serve qualcosa di più – o di meno. L’irenismo a cui aspiri – la sparizione completa del razzismo dall’inconscio collettivo – è evidentemente qualcosa di utopistico…


THOMAS: Se dovessimo rinunciare a qualsiasi utopia per la sua irrealizzabilità, nulla di quanto è stato compiuto di grande nella storia sarebbe stato fatto…!


AUTORE. Lasciami finire… Certo che un pensiero utopistico è il motore di tutte le grandi rivoluzioni. Quello che sto dicendo è che l’utopia non può coincidere con il progetto per il perfezionamento dell’uomo – la perfetta e completa egemonia culturale dell’antirazzismo, la sparizione dell’ultimo razzista dalla faccia della terra – perché quella cosa ha un nome preciso: totalitarismo. Non contento di aver tradotto la coscienza dell’antirazzismo in verità esplicita condivisa, vuoi emendare il razzismo anche inconscio, infido e serpeggiante. Un Gramsci antirazzista si sarebbe ben contentato di produrre una contro-cultura proletaria che scardinasse l’egemonia assoluta del discorso razzista, e avrebbe proclamato compiuta la rivoluzione con questo traguardo. Oggi l’antirazzismo è già discorso egemonico, ma tu vuoi di più: vuoi la pace assoluta, vuoi il Regno di Dio, appunto, vuoi la redenzione totale del genere umano dalla propria malvagità…


THOMAS: E non è bene, questo?


AUTORE. Certo che è bene: il problema, come ti ho detto prima, è come speri di raggiungere questo traguardo. Con mezzi violenti, per dirla tutta: capro espiatorio, processo alle intenzioni e annientamento dell’alterità resiliente al discorso egemonico. Come se la Rivelazione irenica che è il precipitato del tuo discorso fosse nelle mani non tanto degli uomini, quanto dell’azione rivoluzionaria. Ma l’azione rivoluzionaria, per definizione, si serve di quegli stessi strumenti violenti e differenziali (buoni e cattivi, bene e male) che essa vorrebbe trascendere – a meno, certo, che non sia protesta non-violenta, disobbedienza civile nella quale l’ostaggio della violenza sia innanzitutto il manifestante stesso. Non so quanto e in che misura questa definizione possa applicarsi non tanto al nocciolo duro di “Black lives matter”, quanto chiaramente al codazzo di emulatori, instagrammer, violenti e parlatori che sono saliti sul loro carrozzone negli ultimi giorni.


THOMAS. Tu prima hai detto che il problema era l’individuazione del nemico. Hai criticato implicitamente chi punta il dito contro il “razzista”“, e alla risposta mia che il razzismo è un fatto più squisito, subliminale, rispondi ora con questa critica del mio utopismo irenista, accusandomi per giunta di “totalitarismo”, di aderire a un ingenuo transumanismo che ambirebbe a emendare l’uomo di ogni sua ombra per riconsegnarcelo puro e perfetto come Dio l’ha fatto nell’Eden. Così hai prevenuto la risposta critica che io, sapendoti girardiano, avrei potuto darti: io non ce l’ho con il razzista, non faccio di Derek Chauvin un capro espiatorio – e a tutti gli effetti lo è, ne sono consapevole – e se anche qualche BLM protester meno illuminato di me lo fa, e vede razzisti ovunque, e fa il processo alle intenzioni anche a quella giornalista che si è lasciata sfuggire, per automatismo, un apprezzamento a quella di due figlie di razza mista che aveva ricevuto la pelle bianca dal padre – io però non sono così. Io non protesto contro Derek Chauvin o contro Trump o contro la giornalista che preferisce i bianchi ai neri come contro dei responsabili umani. Io protesto e levo la mia voce a sempiterno monito contro tutte quelle forme di razzismo sottile, inconsapevole e automatico che non le singole persone, ma la struttura culturale e sociale dell’Occidente si porta dietro da secoli. Questo è il nemico, questo è il tumore che il discorso collettivo dell’antirazzismo, dell’antifascismo e del femminismo, a furia di ribadire la propria posizione, mantenendosi coerentemente estremista, non lasciando spazio a qualunque forma di relativismo, agli stantii “All lives matter” e “Blue lives matter” che non hanno la minima percezione del significato storico e politico della mia lotta – solo così, in un futuro forse nemmeno troppo lontano, raggiungeremo forse il traguardo “irenico e utopistico” della perfetta uguaglianza…


AUTORE. Hai ragione quando contesti la mia critica superficiale della furiosa ricerca del capro espiatorio da offrire alla pubblica piazza, anticipando il mio girardismo automatico: è un argomento facile e fraintende la vera portata della questione, che è ideologica e strutturale. Hai detto bene, e infatti sono convinto che anche tu, riconoscendo come me il capro espiatorio, quando lo vedi, non gridi contro Derek Chauvin o Donald Trump, ma chiami le cose con il loro nome: “razzismo” è una struttura, non una persona – non è contro un volto, che scagli la tua rivoluzione, non è una testa che vuoi veder pendere dalle barricate. Vuoi una rivoluzione culturale, e allora giustamente astrai: parli di razzismo, non di razzisti. Ma ho il dovere di ricordarti che dietro alle lotte intellettuali che tu porti avanti ci sono comunque delle persone, dei “razzisti” che incarnano di volta in volta la struttura, e con i quali si ha da scegliere come agire. Come ogni intellettuale moderno, razionalista, lotti per le idee e contro le idee. Chi non ha ancora raggiunto questo stadio della trascendenza intellettuale, i boomers di ogni età e grado che si scagliano contro i capri espiatori, che personalizzano, che identificano il male in Soros, in Donald Trump, in Salvini o Burioni – costoro sono, dal tuo punto di vista, dei semplici trogloditi intellettuali, che la marea della storia spazzerà via come niente, mentre ciò che resterà tra qualche decennio saranno le idee per le quali tu hai lottato…


THOMAS. L’hai detta proprio bene, è proprio come la penso.


AUTORE. E ora fammi dire perché anche questo tuo punto è fallace. Proprio perché lotti per le idee, e non per le persone, aspiri a quell’irenismo totalitario che ho detto prima. In te c’è già il germe dello stalinismo, nato per la Giusta Causa, la rivoluzione del proletariato che tutti desideravano e che aspirava al cambiamento globale, e che però oggi l’ascrive agli altri progetti illiberali e totalitari del Novecento. Il tuo sogno non è tanto quello di un’umanità libera dall’oppressione, ma di un’umanità eletta, di consapevoli egualitaristi, che abbiano trasceso qualsiasi pregiudizio, uniformati nella figura angelica dell’umanità a venire – e a margine, questo è il sottinteso di tutti i teorici dell’abolizione del suffragio, il “sono meglio di te, quindi io dovrei votare e tu no”. Capisci che, in questo scenario, si configura ancora lo spazio per almeno una vittima, e cioè il razzista stesso, privo di mezzi culturali e incancrenito nelle proprie idee, che di fronte al tuo estremismo, alla violenza inappellabile di “giusto” con cui porti avanti la tua “giusta causa”, non potrà fare a meno di vedere, e lucidamente, un doppio mimetico della sua stessa violenza razzista. “Tu sei razzista con me”, direbbe il razzista, “Qual è la differenza tra di noi? Per te io sono nato razzista e morirò razzista, come uno per me nasce negro e muore negro, nasce donna e muore donna – perché, come vedi, non ho strumenti culturali, e quindi non potrai convincermi che ho torto proclamandoti nel giusto, ma non farai che confermarmi nell’idea che mi son fatto di te. Tu hai una posizione e io la mia: è destino che lottiamo, perché io rifiuto te e specularmente tu rifiuti me. Tale è il destino dell’opposizione violenta”


THOMAS. Hai dipinto un razzista ben armato di argomenti.


AUTORE. Implicitamente è così che ragionano tutti: se tu non accetti me, perché io dovrei accettare te?


THOMAS. Io insomma, lottando contro la struttura implicita del razzismo, mi trovo inevitabilmente di fronte a razzisti “in carne e ossa”, se mi passi la dicitura, con i quali avrò inevitabilmente un atteggiamento “razzistico” a mia volta, cioè violento.


AUTORE. Satana non scaccia Satana.


THOMAS. Lasciamo perdere… Ma allora, portando alle estreme conseguenze il tuo ragionamento, smettere di demonizzare il razzista e persino il razzismo stesso come concetto significherebbe lasciare la libertà di parola ai razzisti, accogliere i loro discorsi nel dibattito pubblico… per il fine di combattere le loro idee!


AUTORE. È il paradosso del dialogo. Se il razzismo è una fallacia, non è nella protesta di piazza monologica e totalitaria, portatrice di messaggi unilaterali, che questa fallacia verrà fuori, ma nel confronto di volti e parole. Però qui scatta il paradosso: dialogo nella sua forma più assoluta implica la rinuncia al sogno transumanista dell’umanità a venire e l’accettazione del limite, dell’imperfezione, del fatto che qualcuno semplicemente rimarrà razzista, latamente o apertamente. Ti rammento che questa operazione transumana dovrà compiersi, come hai detto giustamente, con le sole forze dell’intelletto, della cultura e dell’azione politica. Sarà tutto merito nostro, insomma. Lascia che ti chieda: quando avremo raggiunto l’antirazzismo perfetto, avremo trasceso la discriminazione umana in tutte le sue forme?


THOMAS. No, chiaramente non basterebbe, perché si porrebbe ancora il problema delle disuguaglianze economiche…


AUTORE. Giusto: questo argomento non è stato preso in considerazione, mentre organizzavi quella massiccia campagna di rieducazione in nome di George Floyd. E hai pure trascurato di dire che Floyd era un uomo che aveva appena perso il lavoro, e che oltre e forse prima di essere nero, egli era un proletario sottopagato nella spietata Land of the Free, ucciso da un altrettanto proletario e frustrato poliziotto…


THOMAS. George Floyd era anche questo, certo, ma mi pare che adesso stai nuovamente girando la frittata, giocando a fare il Pasolini di turno – per giunta assumendo questo tono paternalistico nei miei confronti, con quell’aria un po’ pretesca che hai. In pratica mi stai accusando di aver pensato troppo al razzismo e poco al capitalismo e alle disuguaglianze, che sono la radice di ogni male? Sei Diego Fusaro, dietro la maschera?


AUTORE. Ti accuso di un’eccessiva attenzione al tema del razzismo, sì, ma non solo. Abbiamo detto che nella perfetta postumanità da te e dai tuoi amici realizzata grazie alla protesta politica antirazzista non esistono più disuguaglianze di ordine culturale e razziale, ma ne esistono di ordine economico. Facciamo che, con una bacchetta magica, eliminiamo anche quelle?


THOMAS. Facciamolo, se è possibile. Fingiamo che siano passati altri duecento anni, io abbia trasceso la forma umana e sia diventato una specie di spirito guida, e dopo aver vinto la battaglia dell’antirazzismo abbia vinto anche quella dell’anticapitalismo...


AUTORE. Siamo arrivati così lontano. Bene, hai sconfitto anche le disuguaglianze economiche, sradicando il dogma individualista e falsomeritocratico dalle coscienze dei difensori del liberismo economico. L’umanità che hai guidato a coscienza, l’umanità che hai prodotto… è formata di individui tutti perfettamente uguali?


THOMAS. Certo che no! Le differenze esistono ed esisteranno sempre… Solo che loro, i nuovi umani, non le vedranno più, sapranno sempre trascenderle.


AUTORE. Sapranno trascendere quelle che avete insegnato loro a trascendere. Sapranno di non dover essere razzisti con i neri, prepotenti con le donne, discriminatori con i cinesi... In generale sapranno sempre fiutare una discriminazione o un sopruso contro il diverso, e se ne faranno carico, portando coerentemente alla luce il pregiudizio o il complesso di idee che lo struttura, evitando accuratamente di vittimizzare il perpetratore del sopruso stesso, consapevoli che egli stesso è vittima di un pregiudizio interiorizzato… Ma il destino delle differenze, finché dura l’umano – e il pensiero umano, che si fonda sulla differenza distintiva come funzione logica dell’intelletto – è di risorgere sempre dalle ceneri tiepide dell’irenismo che sogna di abolire quelle differenze con mezzi umani, rieducativi o rivoluzionari, che passano comunque da una logica differenziale imposta con la forza – con la violenza del detentore del discorso egemone. L’io-tu esisterà sempre, e sempre esisterà la differenza, finché dura l’umano. Sempre esisteranno, quindi, i razzisti e gli antirazzisti, i fascisti e gli antifascisti, i femminismi e gli antifemminismi, per quante modifiche studiate apporteremo al lessico e alla grammatica, dalla quale non è comunque possibile asportare chirurgicamente la struttura della Differenza. Semplicemente, in questo futuro utopistico, voi sarete i nuovi razzisti egemoni – ma la differenza risorgerà portando nuovi valori, nuovi contro-dogmi. Hai visto i gilet arancioni e le cose che dicono? Da dove credi che nasca quella differenza pazzesca, inascoltabile, che sembra uscita dal cappello magico di qualche narratore postmoderno? Accettare la differenza – tollerarla – vuol dire rinunciare al progetto totalitario e transumanista, che proclamando la venuta laica del Regno con una parola violenta e inquisitoria rallenta invece il suo compiersi, censurando fino le coscienze e le intenzioni nascoste, come faceva appunto l’inquisizione cattolica, non a caso nutrendo le folle dei “giusti” affamati di “giustizia” di caterve e caterve di capri espiatori. Abbiamo trasceso il razzismo, ma abbiamo conservato gli strumenti razzistici di quattrocento anni fa: processo alle intenzioni e capro espiatorio. Ti sembrerà una sciocchezza… ma hai visto quello che hanno fatto a Bristol con la statua del negriero Edward Colston?


THOMAS. Non mi farai la retorica anche su quel gesto! Simbolico e perfettamente innocuo!


AUTORE. Parole chiave che hai usato: simbolico, innocuo e retorico, in ordine sparso. Ascolta Pasolini, da Poesia in forma di rosa: “Essere retorici significa odiare”. Sai che vogliono dire queste parole? Io l’ho capito solo di recente. Significa che sbandierare giustezza dalla posizione del giusto, psichiatrizzando il peccatore con un discorso superficiale, monologico, chiuso all’ascolto delle pur fallaci opinioni dell’altro, significa essere odiatori – essere razzisti. Edward Colston fu razzista in un secolo in cui il razzismo era la norma – come oggi è normale mangiar carne, e puoi immaginare lo sviluppo dei miei sottintesi da qui a cinquant’anni. Lo si è incensato come filantropo e gli si è fatta la statua. Ora, dall’altro della morale di oggi, scandalizzati dalla possibilità che la statua stia lì a incensare Colston in quanto esemplare imperfetto dell’umana specie – simile al filantropo irenista contemporaneo che tutti vorremmo essere, eppure contraddittoriamente negriero! – la si tira giù e la si butta a mare, in quanto mina l’ingiunzione stessa del purismo irenista: non si possono produrre idoli, a meno che non siano privi di macchia, che non siano dèi transumani – come la post-umanità che prepariamo. Io li ho visti tirare giù quella statua: lì dentro c’era la furia sacra della folla inferocita contro il capro espiatorio, la cui struttura e la cui violenza sono identiche nei secoli – con la differenza che, nel nostro, non si può far a pezzi un razzista in carne e ossa senza incorrere in conseguenze importanti. Fortunatamente, il rispetto della vita umana, soprattutto da parte dei giusti, è ritenuto inviolabile, oggigiorno. Ma la violenza dei giusti è lì, il sangue è stato versato per figura, rivelando la matrice antropologicamente tribale del movimento – e se guarderai nuovamente il video te ne accorgerai anche tu. Ora io mi chiedo: se questo odio non è stato estirpato dalla lenta opera della Rivelazione, e non è ancora tradotto in mitezza nella coscienza dei “giusti”, esso come si esprimerà, in futuro? Se nei “buoni” c’è odio e furia sacra rivoluzionaria, essa vorrà delle vittime, dei colpevoli da bruciare – per metafora, su Internet, in piazza, nel deserto siriano, dal mio punto di vista non cambia. La violenza non è vinta quando non si sparge più sangue e non si ammazza più nessuno – la violenza è vinta quando non si vuol più annientare l’altro – sia esso un nero, una donna, un razzista, una statua…


THOMAS. Tutto questo pippone per dire che sbagliamo a difendere la causa giusta. Invece della protesta monologica in piazza, dovrei bussare a Casapound e dialogare con i razzisti.


AUTORE. Sì, sempre che i razzisti accettino di farlo… se poi ne trovi, di proclamati! Perché se ricordi siamo partiti dal presupposto che oggi nessuno si proclamerebbe apertamente razzista, ma… E scavando nel ma, si inizia il processo alle intenzioni. È a questo punto, secondo me, quando si psichiatrizzano le intenzioni dell’altro, bollandole di razzismo inconsapevole, che l’antirazzismo (come spesso anche fanno l’antifascismo e il femminismo) produce razzismo in assenza di razzismo. Il difetto del processo alle intenzioni è che, con la sua azione inquisitoria e discriminatoria, trasforma l’innocuo “Non sono razzista, ma…” in un ben più pericoloso “Fanculo tutto: se dicendo ‘ma’ sono automaticamente razzista, facciamo che vi do ragione e divento razzista per davvero: almeno combatteremo faccia a faccia, almeno apparterrò davvero alla schiera dei reietti, e non a questa insulsa via di mezzo tra talebani del sì e del no, perché o si sta con voi o contro di voi, e allora, se non posso essere antirazzista come voi per colpa di quel ‘ma’, facciamo che divento razzista e morta lì!”. Il purismo produce la differenza per definizione: l’impuro è colui che transige anche solo per uno iota all’interezza della causa – e finché ci sarà purismo, ci sarà razzismo, ci sarà opposizione violenta da parte degli impuri. Il risveglio delle coscienze sta già avvenendo, l’antirazzismo e l’antifascismo sono già diventati discorso egemonico e universalmente condiviso, ma voi avete voluto velocizzare l’opera della Rivelazione, assumendo la figura del katéchon che accelera il processo apocalittico per volontarismo e paradossalmente lo rallenta, creando nuove differenze sulla strada dell’abolizione di tutte le differenze…


THOMAS. E va bene, diciamo che in teoria è così. Ma il tuo ragionamento è debole e rinunciatario, destinato alla sconfitta storica. Bisognerebbe, quindi, tollerare il razzista, essere accoglienti e “buonisti” con il cattivo, lasciandolo serpeggiare e crescere come la gramigna, invece che estirparlo con la protesta, l’azione culturale e la rivoluzione. Lasciando perdere il nemico in questo modo, l’unico risultato che otterremo sarà quello di lasciare proliferare il razzismo fino a quando non tornerà a sembrare normale, come nel primo Novecento, e avremo una nuova Auschwitz e poi una nuova Norimberga… Il risultato sarà precisamente lo stesso che dipingi tu, con il rischio che il nostro purismo generi nuovi oppositori antipuristi.


AUTORE. Forse… se, come un greco, credi alla ciclicità della storia, e non alla parabola della Rivelazione, allora è come dici tu: rinunciare al progetto totalitario per il perfezionamento dell’uomo significherà condannarci a un ritorno del male divisionista. Da questa prospettiva, la rivoluzione è l’unica strada. Se, al contrario, hai fede nel corso della Rivelazione e nel cambiamento radicale che essa comporta nelle coscienze umane – e nella caratteristica autenticamente “divina” di questa consapevolezza – allora poserai le armi e i discorsi, e porgerai semplicemente l’altra guancia.


THOMAS. Al razzista.


AUTORE. Al razzista. E se tutto va come credo, lui a un certo punto smetterà di colpirti.


THOMAS. Sei proprio un prete, come immaginavo. Beh, io non credo alla parabola della Rivelazione, credo come hai detto tu nella storia ciclica, e nel ritorno del male, e nella possibilità che è data all’uomo di compiere la rivelazione… volevo dire, la rivoluzione con le sue mani. Tu, affidandoti a questa “forza magica” della Rivelazione, ti deresponsabilizzi, ti chiami fuori dalla storia, e tieni contemporaneamente una posizione mediana che ti consente di farti amici tutti, razzisti e antirazzisti, con quel visetto da buon diavolo, senza prendere la posizione netta che la causa del bene richiede. Non hai coraggio sufficiente a farti dei nemici, pur sapendo dove sta di casa il bene. Da questo punto di vista, tutto questo tuo ragionamento sembra una clamorosa scusante per giustificare la tua tepidezza, il tuo disimpegno e la tua pochezza. Per usare i tuoi riferimenti culturali, per me tu sei precisamente la “bestemmia contro lo Spirito Santo”.


AUTORE. Parole forti. Non posso contraddirle in coscienza, perché questo è il tuo schiaffo sulla mia guancia, alla fine di tutti i discorsi. Retoricamente, non posso che offrirti l’altra…


THOMAS. Retoricamente, vittimisticamente…


AUTORE. Tutto quello che vuoi, Thomas. Lasciamoci però con una stretta di mano, perché la chiacchierata che abbiamo fatto è stata molto bella, per me. Vuoi?


THOMAS. Anche a me è piaciuto parlare. E poi, alla fine dei giochi, la stretta di mano non si nega a nessuno.


AUTORE. Neanche al razzista?


THOMAS. Neanche al razzista. Ma solo quella.


AUTORE. Tanto basta.

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