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La fisica che non ci piace | La relazione come spettacolo

  • Immagine del redattore: Gruppo Studi Girard
    Gruppo Studi Girard
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 12 min


In questi giorni, navigando sui social, mi sono spesso imbattuto nella polemica che ha investito Vincenzo Schettini: professore di fisica divenuto celebre con le video-spiegazioni pubblicate su Youtube, è ora oggetto di attenzione perché sarebbe emerso come, quando ancora era un docente e non una celebrità sia social che televisiva, avrebbe gestito il suo rapporto di docenza con gli alunni vincolandolo alla costruzione della proprio privato canale di divulgazione e alla generazione di traffico in rete in suo favore.

Il fatto verrà accertato da chi di dovere, e con questo le responsabilità del caso. Lascio però a favore dei gentili lettori questi due estratti di video disponibili in rete: il primo (visibile qui o qui) risalirebbe appunto a quando questi era docente scolastico, e potete sentirgli dire che alla partecipazione alla sua live avrebbe corrisposto l'attribuzione di un voto in più. Il secondo (visibile qui o qui) è invece una video intervista risalente a fine gennaio 2026, nella quale sembra in effetti ammettere che costringeva gli studenti di scuola a connettersi come spettatori alle sue dirette.

Di fronte a queste parole proferite dallo stesso Schettini, è difficile sia rimanere impassibili sia dubitare di quanto avvenuto, così che le recenti dichiarazioni di altre parti addotte dai quotidiani e da altri media passano in secondo piano.

Certo, tutti sappiamo che le dinamiche reali sono più complesse, che le circostanze vanno sempre esaminate, e che la prudenza e la medietà nel giudizio non sono per forza un sintomo di indifferenza o ignavia ma possono anche essere il riconoscimento della complessità del reale e della pluricausalità dei fatti.

Tuttavia alcune considerazioni non possono essere evitate, perché il punto non è il giudizio riguardo la persona, ma il riconoscimento di ciò che e bene e ciò che è male nelle azioni, nelle dinamiche relazionali, pertanto le seguenti considerazioni verteranno allora da un lato solo sull'attività descritta da quelle parole (e a quelle parole soltanto, profferite dallo stesso docente, qui ci limiteremo, non interessandoci alcun altro aspetto della vicenda o alcuna altra voce riguardo questa), dall'altro verteranno anche e con particolare nota sulle reazioni che si sono potute osservare sui social da parte della popolazione degli utenti.


L'esempio e lo spettacolo


La vicenda solleva due questioni a nostro avviso importanti: quella dell'esempio e quella della spettacolarizzazione dell'esistenza a favore di pubblico.

Di questa spettacolarizzazione ci siamo già occupati (ad esempio qui, qui o qui). Il problema generale è quello della funzionalizzazione di un qualsiasi aspetto della propria esistenza al riconoscimento offerto da un pubblico: il dispositivo (1) dello spettacolo ha cessato di essere semplicemente qualcosa cui si assiste – se mai lo è stato – ed è diventato la forma stessa del mondo come oggetto e la forma stessa che assume il soggetto nella costituzione di sé e nella relazione con il mondo e con gli altri.


Da un punto di vista girardiano questa funzionalizzazione dell'esistenza allo sguardo di un pubblico può essere facilmente ricondotta a quella nella quale si espone un aspetto di sé allo sguardo altrui per suscitarne l'invidia, quindi il desiderio, che certifica la propria posizione di modello del desiderio altrui. In particolare nel saggio pubblicato in questa raccolta, nel quale abbiamo indagato come il sorriso sia un dispositivo centrale nelle triangolazioni mimetiche del desiderio, tanto quelle distruttive quanto quelle costruttive, abbiamo anche già trattato di come questa dinamica non muti nella società dell'iperrealtà ma acceleri, poiché lo spazio iperreale dei social offre l'ambiente adatto per la proliferazione globale e globalizzante della mediazione interna.

Quanto però rende questa situazione più delicata, è che la spettacolarizzazione qui avviene coinvolgendo il rapporto docente, un rapporto nel quale la componente mimetica è centrale anche e proprio per la specificità di quella relazione e per quello che è il compito affidatole sia istituzionalmente che tradizionalmente: passare a una generazione successiva le forme che regolano il rapporto di conoscenza con il mondo e con se stessi, il rapporto del soggetto con il tempo, con le pratiche e con la necessaria autodisciplina, e infine le forme delle dinamiche di interazione all'interno di un ambiente che si regola sulla coordinazione.

La componente mimetica è centrale, e non solo perché lo stesso Girard ci ricorda come l'imitazione sia la base antropologica dell'ominizzazione (il processo con il quale la nostra specie diviene quello che è: specie umana), ma perché tutti riconosceranno facilmente quanto la trasmissione oggetto del rapporto di docenza sia notevolmente facilitata (sebbene non deterministicamente garantita: esiste sempre la libertà di scelta) dall'esempio offerto dal docente: innanzitutto da come questi incarna le forme in grado di coordinarsi con altro (sia il mondo delle cose che quello delle persone); poi da quanto incarni la propensione verso la costruzione di senso attraverso la propria disciplina di studio o la pratica oggetto di docenza; da quanto la costruzione della propria persona e della propria personalità riflettano la domanda di senso esistenziale che questi articola attraverso la propria disciplina o la propria pratica ma anche e soprattutto attraverso il proprio lavoro nel ruolo di docente (tutte quelle cose che il marketing moderno annovera sotto la più appetibile etichetta della motivazione, la quale però facilmente si presta a orrorifiche torsioni (2) verso una concezione ludica dell'apprendimento).



Va subito notato che la spettacolarizzazione a favore di pubblico del rapporto di docenza implica il coinvolgimento di un soggetto terzo rispetto a questa relazione, esterno all'ambito didattico e all'ambito dell'istituzione nella quale e per la quale si svolge la didattica: una lezione offerta dall'esperienza delle ricerche dell'antropologia (una lezione che fa inoltre parte di un approccio sistemico, ma che è stata d'altra parte appresa anche grazie agli studi di Heisemberg) è che la presenza di un osservatore esterno ai rapporti osservati ne altera la dinamica e altera la forma dei soggetti stessi e degli oggetti coinvolti. Da un punto di vista girardiano, questo è uno spostamento dell'asse mimetico: se in un rapporto docente/i-discente/i il rapporto mimetico ha il suo asse principale tra questi due poli (3), l'inserimento di un terzo polo, oggetto d'attenzione da parte del desiderio del polo docente che ne desidera suscitare l'interesse – il like – sposta l'attenzione mimetica anche del discente su questi, mettendo in secondo piano il resto.

Si noti infatti che questa spettacolarizzazione avviene soprattutto in vista di un interesse esterno a quello dei reciproci ruoli in tale rapporto, un interesse privato di uno dei soggetti coinvolti.

Se allora l'accentuata centralità della componente mimetica rende il rapporto di docenza così delicato nei termini del modello esistenziale e relazione che in essa viene offerto, si può cogliere quanto sia drammatico quando l'esempio fornito è quello di una funzionalizzazione di un rapporto – che peraltro dovrebbe, e sottolineo dovrebbe, già essere regolato in termini economici in maniera tale da giustificare l'impiego del proprio tempo come lavoro – in vista non solo di un interesse esterno che riguarda una sola delle persone coinvolte, ma anche di un interesse che si concretizza in uno sguardo esterno che cerca lo spettacolo e per il quale ci si offre (e si offre il mondo) come spettacolo.

L'esempio offerto è quello nel quale la posizione assunta rispetto alla propria vita, l'opinione e l'attribuzione di significato e virtù per essa, il giudizio che se ne può avere e quindi la qualità che se ne potrebbe giudicare, sono funzione della sua spettacolarizzazione e del tasso di efficacia dello show proposto. Ma l'esempio è qui inoltre quello di una condotta che subordina un percorso di formazione, quindi in teoria un percorso di crescita della persona, alla sua spettacolarizzazione, e subordina la sua possibile capacità di gratificare alla sua capacità di soddisfare un bisogno di immagine social che restituisca la propria presenza e il senso di tale presenza in maniera immediata attraverso il like, le views, il traffico internet, le immediate reazioni acustiche e visive, quel meccanismo di azione-reazione istantaneo che genera scariche di dopamina, piccole scariche di piacere, cellula base della pienezza di sé, della conferma della propria esistenza (4). Insomma: riduce un percorso di formazione (come altri aspetti della vita) alla riproduzione di quella dinamica su cui si sviluppa la dipendenza dai dispositivi e dai social e che ormai tante lacrime di coccodrillo indicano come causa del calo cognitivo e dello sviluppo di tante patologie comportamentali e cognitive nelle giovani persone durante le età del loro sviluppo. Se il dispositivo riduce l'esistenza a una dimensione temporale puntilistica, questa rimarrà un punto disperso nello spazio e nel tempo, senza sviluppo e senza storia.



La forma di esistenza e di relazione puntilistica, basata sull'immediatezza azione-reazione e quindi priva di una dimensione narrativa, non ne è solo la forma e la struttura del funzionamento dei dispositivi, non è solo da loro incarnata, ma è essa stessa un dispositivo relazionale, un dispositivo di organizzazione dello spazio e del tempo, delle pratiche che dispongono forme per i soggetti e per gli oggetti; tenuto conto di questo, la domanda genealogica che sorge, la domanda sull'origine della condotta qui esaminata, non può allora che volgersi non tanto sulla persona Vincenzo Schettini, quanto verso l'insieme dei dispositivi generali da cui quella stessa persona ha mutuato la propria forma: l'azione qui oggetto di riflessione nasce come tante altre quando la persona cessa appunto (vedere nota 2) o non comincia nemmeno a interrogarsi sulla natura delle proprie azioni, dei propri desideri e del proprio immaginario, sulle loro implicazioni etiche, sulla loro origine mimetica, acconsentendo (quindi scegliendo) a che si compia ciò che il dispositivo induce a fare, e ponendosi così come suo ripetitore, propagatore, ponendosi pertanto come modello esposto all'imitazione altrui, quindi responsabile della libertà altrui.

L'esempio che viene così offerto non pare affatto essere quello di un buon modello ed è in particolare un esempio nel quale viene riproposta all'imitazione altrui la stessa forma dei dispositivi ai quali il modello è assoggettato, qui prima di tutto nei termini di una dipendenza scandalizzata dall'effetto-like.


Lo spettacolo e l'osceno


Tra le altre sensazioni personalmente provate di fronte a tali dichiarazioni non vi è solo quella della rabbia per la decadenza relazionale della nostra epoca, per la decadenza esistenziale e la remissività, la passività nei confronti dei dispositivi di assoggettamento; non vi è solo quella di stupore per la compiaciuta schiettezza di tali dichiarazioni, ma vi è anche quella di repulsione, quella repulsione che si prova di fronte a qualcosa che non è solo riprovevole, ma che richiama l'osceno. Ma, proprio perché osceno, esercita una forma di curiosità, in quanto tale oscenità si pone come rivelatrice (sì, sto confessando che, se mi sono trovato a scrivere queste righe, è perché qualcosa della vicenda ha suscitato la mia curiosità e mi ha spinto a scendere nella caverna di Polifemo).

Carmelo Bene citava, come etimo della parole “osceno”, o-skené: “fuori dalla scena”. Il termine italiano deriva direttamente dal latino obscenus, che sarebbe composto da ob- preposizione con valore causale, e coenum: “fango, melma”; per altri avrebbe invece origine da ob-scaevare che vorrebbe dire “dare un cattivo presagio”; il termine avrebbe quindi poi assunto il significato di “infausto, di cattivo presagio”. L'etimo del termine latino è tuttavia incerto. Dando fiducia allora alla suggestione di Carmelo Bene, si potrebbe sostenere che è infausto ciò che viene fuori dalla scena, ciò che mostra l'esistenza di una scena, spezza l'incanto del dispositivo e ne rivela il funzionamento. E perché ciò sarebbe infausto? Perché rivelerebbe qualcosa che doveva rimanere celato per il bene della collettività e delle persone nella loro singolarità.



Ecco allora che risulta immediato collegarsi alle ricerche che portiamo avanti da un po' legando insieme Foucault e Girard e da ultimo concentrandoci sulla comicità e sull'orrore: ci siamo interrogati intorno all'ambivalenza di queste due forme (dis-velanti/funzione parresiastica e ri-velanti/funzione mitico-sacra) e in particolare intorno alle reazioni da queste disposte per richiudere e sanzionare il momento in cui viene dis-velato qualcosa che veniva tenuto nascosto: entrambe dispongono in maniera narrativa e rappresentativa alcune forme simboliche della logica sacrificale.

Se l'osceno sarebbe infausto perché quel portare sulla scena ciò che sarebbe dovuto rimanervi dietro, celato, rivelerebbe la natura di ciò cui si assiste, rivelerebbe il funzionamento dello spettacolo spezzandone l'incanto e recando con sé una minaccia, allora, analogamente, l'osceno dell'esistenza rivelerebbe quanto celato sulla costruzione della società e delle sue forme, sulla costituzione della persona e il suo funzionamento: rivelerebbe i meccanismi impersonali che muovono le persone, illuse della loro autonomia, come le trame muovono gli attori sulla scena di uno spettacolo e come i fili muovono le marionette, facendo della società uno spettacolo di meccanismi agiti dal loro esterno. Questi fili, come ben mostrato da Girard esaminando la forma della commedia, sono i desiderio comuni, il desiderio mimetico che porta l'uno a imitare l'altro, rendendo macchinici come pupazzi meccanici.

Questo disvelamento spezza gli incanti che attribuivano differenze alla singolarità di ciascuno e in cui ciascuno si riconosceva e differenziava e da cui derivava una forma di ordine, e tale disvelamento, sottraendo gli ancoraggi forniti da quelle differenze, espone nuovamente alla rivalità mimetica, alla corsa alla differenziazione, riportando in primo piano la prossimità della minaccia di una crisi di indifferenziazione.



Non stupisce infatti innanzitutto che lo stesso Schettini, probabilmente temendo la pressione mimetica e la possibilità di essere riassorbito entro una dinamica indifferenziante, nello stesso video si sia premurato (visibile qui al minuto linkato e già suggerito nella nota 2) di profferire consigli di vita che non fanno però che confermare lo status quo della distribuzione di potere, sia sia premurato cioè di ricondurre i discenti all'umiltà e alla remissività necessaria perché il sapere-potere sopra di loro li accolga nel suo alveo e consenta loro di godere di progressive percolature, nella speranza di un radioso avvenire da protagonista: colui che nella vorticosità della dinamica iperreale viene a trovarsi nella posizione del modello, del mediatore del desiderio, vive nella minaccia costitutiva dell'imitazione altrui, che sopraggiunge a reclamare il posto di modello per sé, e questo innanzitutto perché è egli stesso che la invoca, in quanto è l'imitazione suscitata ciò che conferma il proprio ruolo di modello. Vive insomma sotto la minaccia di essere riassorbito in un conflitto tra copie che lo priverebbe della propria differenza, vive sotto la minaccia di essere riassorbito nell'indifferenziazione.

Ma non stupisce nemmeno la reazione di compiaciuta e fremente aggressività di molti utenti della popolazione dei social, perché la colpa di cui si è reso responsabile e per la quale sorge questa reazione sanzionatoria non è quella dichiarata (la condotta tenuta a lezione): la colpa e proprio l'essere stato talmente macchinico nella sicurezza con cui ha ostentato la propria storia, talmente macchinico nell'impersonare colui che, arrivato, può ora ri-velare (cioè mostrare ma al contempo velare attraverso la forma di un racconto epico, girardianamente mitico) i propri passi ma essendo certo che la nuova condizione lo rende immune, da aver normalizzato tale condotta, da averla normalizzata come condotta architrave su cui si regge la società e che caratterizza il desiderio comune. Per la società la colpa è quella di essere stato talmente macchinico da aver mostrato il funzionamento del dispositivo, della società stessa, da aver mostrato la logica dei dispositivi che intramano tutte le relazioni sociali e, soprattutto – ed è questo l'intollerabile e ciò che girardianamente è tale da suscitare lo scandalo e la reazione espulsiva – aver mostrato che la società si compone di persone che condividono il desiderio da lui manifestato e da lui dichiarato di funzionalizzare l'altro e di subordinare se stessi alla resa di sé come immagine efficace, aver mostrato come la società si compone di persone che corrono per essere la migliore incarnazione del dispositivo e che sperano con ciò di partecipare del potere che il dispositivo distribuisce, vivendo l'incanto di esserne detentori quando non sono in realtà divenute che armi del potere del dispositivo.



L'osceno che in questa situazione si è manifestato è quanto la costruzione della persona sia subordinata alla spettacolarizzazione e quanto siano gli stessi soggetti, con le loro azioni e i loro desideri, a essere responsabili di ciò. Essendo inoltre egli un docente, ciò che si è manifestato è quanto a questa subordinazione non venga risparmiato nulla, nemmeno le giovani generazioni.

Vogliamo parlare della proliferazione di immagini e video di ogni aspetto delle attività e delle fasi della vita di un bambino o di un adolescente? Vogliamo parlare davvero dell'osceno dei talent o degli show in cui sono presenti bambini? Ma non di quelli caratterizzati da un kitsch tutto sommato accettabile – quanto meno visto dalla prospettiva apocalittica odierna – di uno Zecchino d'oro, nel quale, per fortuna, i bambini cantavano canzoni da bambini, ma di quelli attuali nei quali presenziano imitando gli adulti nei toni, nelle emozioni e nei movimenti? Davvero ne vogliamo parlare? O vogliamo parlare della logica mimetica dietro la vendita attraverso l'industria culturale non solo di prodotti, ma di modelli di esistenza rivolti proprio alle giovani generazioni, che da ultimo giunge perfino a predigerire per loro lo spazio della politica e farne oggetto della vendita di un modello di vittimismo o di virtue signaling?

L'acredine, la violenza con cui si sta facendo di questa persona un capro espiatorio, è probabilmente funzione della volontà di allontanare da sé la contaminazione con qualcosa di cui si sente di essere partecipi, polarizzandola sul mal capitato ed espellendola con lui, per ripristinare lo status quo: la mercificazione spettacolarizzata dell'esistenza omnes et singulatim.

Quindi: «grazie, non compro niente», «I would not prefer to».



***


(1) Per il termine dispositivo si rinvia ovviamente a Foucault, ma è possibile trovare un riferimento qui.

(2) La concezione spettacolarizzante e ludica dell'apprendimento subordina l'intemporalità e l'immortalità della logica e del concetto alla forma culturale dello spettacolo, subordina cioè qualcosa di intemporale a qualcosa che è transeunte, che è parte dello spirito del tempo; non solo: subordina la conoscenza, un qualcosa che è in grado, in quanto strumento di analisi, di tornare riflessivamente su se stesso, sulla costituzione del sapere stesso e sottoporlo a sguardo critico, allo spettacolo, un qualcosa che è invece prevalentemente una pratica conformista e acritica affinché la sua componente ludico-ricreativa sia efficace: lo spettacolo conferma le strutture culturali e i relativi rapporti di sapere-potere così come quelli che intramano la stessa società, e diviene di fatto una forma conservatrice dello status quo, che repelle per autodifesa qualsiasi cenno critico. Non stupisce pertanto sentire Schettini nella stessa intervista di gennaio, al culmine di una lucente carriera nel mondo dello spettacolo, profferire questa lezione di vita, carica di pathos.

(3) È noto a chi ha dimestichezza con gli strumenti girardiani che la catena mimetica non è effettivamente circoscrivibile ai soggetti presenti in una situazione specifica, poiché questi, nel darsi forma attraverso i propri desideri e le proprie pratiche, risponderanno sempre anche alle voci di altri modelli non presenti. Tuttavia, è comunque facile riconoscere come la forma tematizzante della situazione è in grado di porre in primo piano un asse mimetico rispetto alla legione di voci che abitano l'immaginario di ciascuno.

(4) ciò che in termini girardiani viene definito pienezza ontologica, cioè quanto si presume sia proprio del modello del desiderio, del mediatore del desiderio.

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