top of page

Da Girard a Thiel: teoria e strategia | Un'applicazione socioeconomica di René Girard

  • Immagine del redattore: Gruppo Studi Girard
    Gruppo Studi Girard
  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Se Girard ha parlato dei meccanismi mimetici e del capro espiatorio attraverso l’analisi e la descrizione antropologica di narrazioni e letteratura (La violenza e il sacro, Menzogna romantica e verità romanzesca), potremmo dire che Peter Thiel, l’autore di Da zero a uno del 2014, ne è un diverso interprete sul lato economico. In realtà il suo lavoro comprende anche alcune sfaccettature legate al comportamento umano e a come questo si sia legato al mondo tecnologico. Dalla fondazione di PayPal e gli investimenti su Facebook di inizio millennio, fino al progetto Palantir, quella di Thiel è stata una chiara visione di una futura democratizzazione del web, che oggigiorno stiamo vivendo in pieno, e dell’assottigliarsi, apparente, della distanza mimetica proprio in virtù di questa facilità di accesso e a riguardo estrapoleremo una gerarchia utile a inquadrare la differenza tra imitatori e monopolisti. Iniziamo col tornare indietro nel tempo e collocarci nel periodo storico in cui Thiel è diventato un imprenditore.


Una crisi e alcune imprese di successo


Facendo un po’ di storia dell’economia contemporanea dobbiamo innanzitutto parlare del periodo a cavallo tra i due millenni, nel momento in cui le aziende avevano scoperto il web ed era necessario esserne parte, banalmente perché tutti lo erano. A molti questo incipit ricorderà la bolla delle dot-com. Brevemente: moltissime aziende iniziarono ad investire per approdare su internet aprendo siti web e spostando il focus su metriche assolutamente non finanziarie, come l’incremento del traffico web piuttosto che i profitti realizzati di conseguenza. Non essendo stato immediatamente chiaro l’ondata di investimenti sulle quotate in Borsa fu altissima, ma si trattava di pura speculazione e quando vennero presentati i primi bilanci deludenti ci fu un’enorme corsa alla vendita. In una parola: scoppio.


Un altro elemento importante per Thiel fu essere osservatore o partecipe della nascita di alcune grandi imprese odierne, come Amazon.com e i già citati PayPal e Facebook, oltre a lavorare con emergenti personalità in ambito tech come Elon Musk e Alex Karp. Non sciorinerò esempi a perdifiato, ce ne bastino alcuni.


Jeff Bezos lanciò Amazon.com nel 1995 e, con l’obiettivo lungimirante di dominare il mercato online, ha iniziato vendendo libri in un mondo in cui già se ne vendevano. I libri erano comodi, spesso circa della stessa dimensione e peso. Il carattere distintivo fu poterli consegnare in posti sperduti e soddisfare la domanda di poco richiesti senza avere giacenze di magazzino eterne. Sviluppato il know-how della logistica si è espanso poi in altre categorie.


PayPal nacque a fine 1998 e tra fondatori e primi dipendenti troviamo personalità che in anni successivi hanno lanciato o cofondato società come LinkedIn, YouTube, SpaceX e la stessa Palantir. L’obiettivo era semplice: creare una valuta digitale per permettere lo scambio di denaro. I crescenti utilizzatori di eBay, le cui transazioni erano quotidiane e la soluzione di pagamento proposta non tanto comoda, ringraziarono per l’invenzione e favorirono i primi sviluppi di PayPal.


Parlando di Facebook fu fondato nel 2004 con lo scopo di connettere tra loro studenti di Harvard, all’epoca frequentata da Zuckerberg, allargandosi poi ad altre università fino a chiunque entro il 2006. Thiel fu il primo investitore dell’anno zero con una partecipazione di 500 mila dollari, circa il 10% della società. Per Thiel il criterio di fondo dietro all’acquisto è che una società tecnologica mostrerà i propri frutti nel lungo periodo, generando molto più valore di altre società in campi differenti. Oltre alla buona gestione però bisogna anche pensare a dove una società (la propria) deve portare: in Da zero a uno Thiel racconta che nel 2006 Yahoo! si offrì di acquistare Facebook per 1 miliardo di dollari, ma Zuckerberg, tra pareri scettici, rifiutò. Ebbene Thiel nel 2012 ha venduto una parte della sua partecipazione per la stessa cifra.



La democratizzazione del web


Tutte queste imprese si sono basate su un’unica credenza di fondo per giustificare la crescita a lungo termine: sempre più persone avrebbero avuto accesso a internet. E che se il web fosse diventato familiare (cioè un luogo in cui possiamo trovare cose che apprezziamo) ancora più persone lo avrebbero utilizzato. Uno dei motivi per cui si è stati così reticenti nel tempo a inserire il pulsante di “dislike” è che la negazione crea antagonismi, mentre il “like” comunità e soddisfazione e il nostro cervello apprezza di più la positività.


Qualcuno starà già pensando a parole come “dipendenza” e “dopamina”, ma non parlerò di questo perché il tema è complesso ed è già possibile reperire molto materiale specialistico. Nemmeno tratterò della necessità di provvedimenti normativi, perché la tempestività con cui un organo pubblico può agire per regolamentare rapidissime scelte di business di aziende private (aventi ottica lungimirante) sembra fantascienza. Senza contare l’allineamento legislativo tra i vari Stati: per esempio la petizione di Studio Ghibli contro OpenAI per violazione di copyright è stata riconosciuta in Giappone, ma non negli USA perché non c’è normativa chiara in merito all’uso di materiali protetti per l’addestramento delle IA. Ironia vuole che siano stati gli utilizzatori stessi a decidere di non proseguire nella generazione di immagini in questo stile, abbandonandosi a nuovi trend.


Conseguenza di questa situazione è la differente abitudine di utilizzo di noi abitanti del mondo virtuale. L’abitudine segue un trend, cioè comportamenti che siamo soliti osservare, che ci colpiscono più di altri e che facciamo nostri. Da un punto di vista girardiano quindi un’abitudine può avere origine nell’imitazione, specie se l’obiettivo finale consta di un desiderio che per essere raggiunto ha bisogno di pianificazione e costanti gesti ripetitivi, scelti o indotti.


Nel tech il lato social è quello che palesemente mostra comportamenti abitudinari: quando qualcosa diventa virale mettiamo un “like” e andando avanti si entra nella normalità del “si fa così”, ma chi lo ha stabilito non lo sa nessuno, proprio perché è diventato abitudine. Lo stesso per l’utilizzo sterile delle IA. Questo è engagement come amplificazione di una mimesi inconsapevole.



Calibrazione della mimesi


Ora, l’essere influenzati dal mondo circostante è un dato di fatto e non possiamo pensare di sfuggire all’imitazione senza trovare rifugio in un eremo, ma non dobbiamo vedere la cosa come qualcosa di necessariamente sbagliato o distruttivo per il nostro libero arbitrio. Avere gusti e desideri affini equivale a far parte di comunità mimetiche specifiche (ne ho parlato qui) per tradizione, cultura, educazione… è per questo che non desideriamo o vogliamo tutto, ma solo una parte. L’aspetto impegnativo sta nel saper discernere tra i desideri che ci appartengono e quelli che invece ci vengono indotti per via di convincimenti esterni come la fretta, l’effetto gregge o la paura di restare esclusi (pensate a come ci vengono proposte le offerte o i quotidiani momenti giusti per investire in un certo asset).


Quando all’inizio dell’articolo ho parlato dell’assottigliarsi della distanza mimetica (nel gergo di Girard mediazione interna/esterna) intendevo che siamo in grado di fruire globalmente e istantaneamente di ciò che il web ci propone, potendo quindi scegliere tra molteplici modelli differenti a cui ispirarci. Ho però utilizzato anche il termine “apparente” perché noi, da uno schermo, non sapremo mai quanto il modello sia davvero distante e quindi quanto il nostro desiderio di raggiungerlo possa essere sensato e realizzabile, sia in termini quantitativi (es. risorse a disposizione) che qualitativi (es. non conosciamo la vera persona e la sua storia). Questo secondo aspetto combacia con la descrizione temporale o geografica data da Girard in merito alla mediazione esterna, ma l’errore sta nel farla diventare interna senza accorgersi di questo passaggio, cosa che bene o male fa la stragrande maggioranza delle persone.


Aggiungerei tuttavia di non farci prendere dall’ansia del modello/desiderio indotto, perché molte nostre scelte hanno un’origine più antica e radicata nella crescita per famiglia, educazione, società… e non ci siamo probabilmente mai posti il problema, o se lo abbiamo fatto forse siamo già intervenuti in qualche maniera. Questo in larga parte è vero fino ai Millennial e non dico che questa sia una situazione più autentica, perché possiamo sempre osservare qualche ascendente provenire “da lontano”. È anche vero che andando avanti con le generazioni questo aspetto rischia di perdersi proprio per il fatto che c’è disordine tra ciò che è davvero vicino a noi e ciò che è lontano. Non a caso molti esperti dicono di aspettare a dare in mano ai propri figli smartphone e, indirettamente, social. Si potrebbe dire che influenza e confusione sono direttamente proporzionali alla crescita del lato virtuale della globalizzazione.


Tornando a Thiel, sulla base delle sue scelte di investitore e di una valutazione delle modalità con cui la gente sceglie di condurre la propria vita, ritengo sia possibile estrarre una gerarchia della consapevolezza mimetica, frutto di educazione, cultura e anche momenti di crisi che costringono alla riflessione:


  1. Chi vive la mimesi in modo inconsapevole, come fruitori, utenti e content creator superficiali: imita senza sapere di star imitando e cosa questo comporta, o si accende di stati d’animo (soddisfazione, inadeguatezza…) confrontandosi ad esempio sui social, ma attraverso gli occhi di altri.

  2. Chi riconosce la mimesi e sa che sta facendo imitazione, per profitto o necessità: un aspetto sicuro perché inquadra le scelte sulla base del già fatto e del già noto (un certo lavoro, un certo partner…), ma forse doloroso per la stessa ragione; il vantaggio è che possono essere cercate strategie per riconoscere quando si è soggetti a mimetismo ed eventualmente uscirne (o piuttosto ridurre la “carica mimetica”). Molte imprese anche di successo si muovono in questa direzione: vendono lo stesso prodotto, ma esaltano alcune caratteristiche differenzianti. Nel panorama delle IA molti modelli sono stati messi a disposizione degli utenti come open source e questo sta permettendo la creazione di “mini-modelli” adatti ad esigenze specifiche. Chi lo fa insegue il successo o un sogno ora realizzabile: imitare in questo contesto può diventare uno sprone, perché significa riconoscere un possibile valore e indirizzarlo alla propria crescita, tenendo quindi una distanza tra gli obiettivi degli altri e i nostri.

  3. Chi ha capito il meccanismo e la sua strategia è sfuggire alla competizione: analisi di ogni desiderio e accettazione che alcuni sono mediati, preferenza di ambienti con minor pressione mimetica, disinnescamento della rivalità e scelta riflettuta di modelli. Imprenditorialmente per Thiel la soluzione è il monopolio aziendale, perché il monopolista non ha più rivali da imitare/contendere con lui. Questo può essere inteso come colui che mette in luce un segreto o un tabù sotto gli occhi di tutti e ci fonda sopra un’impresa, spesso andando controcorrente. Può essere il caso della Apple con il lancio del primo iPhone, screditato da case come Nokia e Blackberry. Oppure il caso Amazon.com citato prima: a volte un monopolio nasce da un vantaggio competitivo diventato insuperabile.


Questo sulla base del fatto che il mimetismo esiste strutturalmente e Thiel ne accetta la stratificazione come vista più concreta e meno ipocrita della realtà. Potrebbe essere corretto anche solo biologicamente. Al netto che chiedere a tutti di diventare consapevoli è utopia, arrivati sin qui si potrebbe dire che il sistema funziona proprio perché la maggioranza non è consapevole della mimesi, in toto o in parte, e che se tutti diventassero lucidi il sistema si bloccherebbe. In realtà l’essere consci non elimina il desiderio, ma lo trasforma in qualcosa di più attenzionato: negli acquisti ci diamo del tempo per capire se qualcosa ci serve davvero; nella vita e nel lavoro ci chiediamo se un modello merita il nostro interesse e se combacia con i nostri obiettivi; nei social evitiamo quelle pagine che dicono che finora abbia solo perso tempo (che poi: chi ha deciso che lo abbiamo perso e perché?).



Una conclusione indefinita


In Da zero a uno Thiel afferma che l’Occidente vive il futuro come indefinito: senza piani definiti lungimiranti si mettono insieme varie opzioni nella speranza che almeno una delle alternative avrà successo. Giusto per fare un esempio molte aziende selezionano il personale sulla base del saper fare più cose possibili e non poche fatte bene, come a dire che “non si sa mai se può servire”, tipo coltellino svizzero, anche senza valutare l’aderenza alla cultura dell’azienda (l’operatività si può insegnare, ma la cultura combacia con lo spirito delle persone). Questo vale anche per la formazione che scegliamo o riceviamo, secondo il detto (a volte abusato) “impara l’arte e mettila da parte”.


Vedo quest’ottica di indefinitezza ancora attuale su piani diversi (e sotto di essi in varie sfaccettature). In primo luogo per le persone: ho già detto che il bombardamento di informazioni e modelli ispiratori è esagerato, irreale e soprattutto indotto. Prendere tutti come buoni esempi è come non prenderne nessuno e si finisce per programmare le aspettative su un nulla indefinito, con l’ottimismo che andrà tutto bene e il pessimismo derivante da un risultato deludente perché sono mancate le informazioni di base e gli scaglioni per stabilire un buon piano d’azione, che vogliate risparmiare o investire in qualcosa di fruttuoso (non necessariamente legato al denaro).


In secondo luogo per le aziende e per il mercato (e si può osservare anche nei governi): la pianificazione a lungo termine sui 5 anni ha sempre dato una direzione, ma ora è stata assoggettata ad azioni a breve termine per potersi garantire aggiustamenti costanti proprio a causa dell’incertezza e della complessità del mercato (un approfondimento dal Sole24Ore). Per esempio le aziende di IA si battagliano a colpi di modelli in una spirale ascendente mensile che non fa capire se l’obiettivo era già prefissato oppure si è adattato in vista di quello che fanno gli altri. Questo naturalmente se non avete fondato un’impresa navigando totalmente a vista.


Che siate un individuo o un’azienda l’errore peggiore che possiate fare è plasmare la vostra realtà riducendola a qualcosa che vi ha ispirati, ma che non sapete di non poter dominare.



Commenti


© 2017 by Gruppo Studi Girard 
https://www.facebook.com/dellecosenascoste/
gruppostudigirard@gmail.com

bottom of page