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Fare come tutti, ma diversamente | Masking, neurodivergenza e Girard

  • Immagine del redattore: Gruppo Studi Girard
    Gruppo Studi Girard
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Questo articolo nasce da una chiacchierata con un amico, Federico Moretti, interessato al fenomeno della mimesi girardiana e che mi ha lanciato lo spunto di confronto con il masking dello spettro autistico (che definirò poco oltre). Un ringraziamento va alla Dottoressa Chiara Pigni, psicologa specializzata in neurodivergenza, che si è resa disponibile ad approfondire la tematica in una conversazione molto proficua, e a Daniele Somenzi, Coordinatore del servizio di supporto all'apprendimento Parole Insieme, che ha permesso questo fruttuoso scambio.


Prima di entrare in un qualsiasi approfondimento dobbiamo introdurre alcuni concetti chiave, che serviranno alla trattazione. Questi riguardano alcune modalità di vita, o meglio di essere, e di adattamento ad essa.


  • Neurotipicità (o funzionamento tipico): il funzionamento neurologico considerato nella norma statistica, quello a cui si riferiscono gli strumenti diagnostici, educativi e sociali costruiti dalla società.

  • Neurodiversità (o funzionamento atipico): termine che indica un funzionamento neurologico che si discosta dalla media statisticamente attesa. Rientrano in questa categoria, tra le altre, le diagnosi di disturbo dello spettro autistico (DSA), disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD) e diversi tipi di disturbi specifici di apprendimento. Badiamo bene che “atipico” non significa patologico: indica semplicemente una diversa configurazione del cervello e del modo in cui questo elabora le informazioni.

  • Masking: la pratica, documentata clinicamente, con cui persone nello spettro autistico (in particolare modo nel funzionamento di livello 1 e 2) sopprimono, nascondono o simulano comportamenti sociali per apparire neurotipici. Include, per esempio, la soppressione degli stimming (movimenti ripetitivi auto-regolatori), l’imitazione consapevole di espressioni facciali e tono di voce, l’apprendimento a memoria di script sociali e il mascheramento degli interessi personali percepiti come fuori registro (1).


Ricalibrando il discorso su situazioni quotidiane pongo casi in cui ci siamo trovati tutti: una riunione che va per le lunghe, una battuta del collega che fa ridere tutti mentre noi sorridiamo, qualcosa tra l’amichevole e il riflesso condizionato. Oppure una partita di calcio di cui conosciamo solo il risultato letto su internet, ma che in qualche modo diventa la nostra partita quando la conversazione intorno a noi si polarizza in quella direzione. Non ci serve averla vista: ci bastano due o tre informazioni per stare dentro il cerchio e partecipare con qualche cenno del capo e risposte vaghe (e, dentro di noi, assolutamente non interessate).


Questa è una forma di masking e lo facciamo tutti, in misura diversa, non perché siamo tutti neurodivergenti, ma con il preciso obiettivo di mantenere o conquistare un posto nel gruppo, chiudere una trattativa, evitare una frizione. È uno strumento di relazione civile da tirare fuori quando serve. L’aggancio con la mimesi girardiana è già palese, ma la domanda che questo articolo vuole esplorare è cosa succede quando questo strumento non si può riporre. Quando non è un mezzo per qualcos’altro, ma la condizione stessa dell’esistere nella società.


Identità neurodivergente e ricerca dell'autenticità in un mondo mimetico e standardizzato

Strumento o condizione?


Nel funzionamento tipico, il masking è mimesi strategica ed economica: la applichiamo in contesti specifici (il lavoro, una certa cerchia sociale, una relazione con poco margine di autenticità) perché ci dà un vantaggio o ci evita uno svantaggio. O perché ne abbiamo bisogno per ergerci al pari o sopra di altri. C’è sempre un obiettivo secondario che lo giustifica e lo limita all’interno di un perimetro di utilizzo fine a stesso. Certo comunque è che già nel caso neurotipico alla lunga il mimetismo va oltre il compromesso sociale necessario: è una questione di prestigio (ne ho parlato qui).


Nel funzionamento atipico il masking, la Dottoressa Pigni mi ha “rubato” il termine filosofico adatto, è ontologico. È uno strumento che soddisfa il bisogno di sentirsi integrato al gruppo, senza un secondo fine. La persona autistica che mette una maschera non si chiede “mi conviene?” come spesso facciamo noi. Si chiede, spesso senza nemmeno saperlo, “come mi pongo, come esisto in questo e in ogni spazio?”. La maschera non si toglie alla fine di un incontro sociale, perché non c’è mai stato un momento in cui non fosse necessaria.


Per chi ha familiarità con Girard, questo è un territorio riconoscibile. La teoria mimetica descrive l’imitazione come il fondamento antropologico del desiderio e della socialità: impariamo a volere, a comportarci, a collocarci nel mondo guardando gli altri. Per il neurotipico, questa mimesi è automatica e inconscia, qualcosa che accade mentre si cresce senza bisogno di un progetto. Per la persona neurodivergente invece, la stessa mimesi diventa un progetto deliberato, cognitivamente pesante (il caso atipico deve forzarsi in ogni sfaccettatura della situazione sociale in cui si trova) e mai del tutto riuscito. In entrambi i casi si diventa mimetici per decreto sociale, ma nel primo caso serve a conquistare un posto nel mondo, mentre nel secondo per sopravvivenza.


Senza volerne fare una morale, c’è molta umanità in questa distorsione e nel suo essere fine a se stessa. Posto che tutti applichiamo una mimesi, c’è da sottolineare che a volte questa non è necessaria a sé, ma a chi è intorno.


Masking e neurodivergenza la maschera sociale per l'adattamento mimetico

Il triangolo che manca di un lato


Girard costruisce il desiderio su un triangolo: soggetto, modello, oggetto. Voglio qualcosa perché vedo che qualcun altro lo ha: l’altro è il mio mediatore e il desiderio è mediato in questo senso perché non nasce da me, ma dalla distanza tra me e l’altro. Anche qui, la conversazione con la Dottoressa Pigni ha offerto un’osservazione che ribalta in modo interessante questo schema. Nel caso tipico quando vogliamo un oggetto il nostro desiderio di possesso a riguardo è mediato da un modello che ci ha ispirati: ammiro Sinner, quindi compro le Nike che indossa. L’oggetto è il tramite, il modello è la destinazione.


Nel caso atipico, questo passaggio intermedio spesso non esiste. La persona autistica tende a copiare il modello direttamente, senza bisogno di un oggetto che faccia da mediatore. Non si comprano le Nike di Sinner: si diventa Sinner, nei modi, nel linguaggio, negli interessi, a volte nella rigidità stessa del personaggio. L’oggetto è secondario o sparisce e resta solo il modello come destinazione.


Questo ha una conseguenza girardiana precisa: il triangolo funziona su un lato solo. Il desiderio non è mediato, è assimilazione totale e questa assimilazione ha una caratteristica fondamentale che la Dottoressa Pigni ha descritto con molta chiarezza: quando il modello cambia, anche di un dettaglio percepito come incoerente rispetto all’immagine che se ne aveva, il crollo è immediato. Senza gradazioni quel modello non esiste più. La persona neurotipica invece tollera la contraddizione nel suo modello oggetto di ammirazione, la gestisce con la dissonanza cognitiva perché riconosce la distanza tra lei e il modello, o perché ne accetta la differenza come “scivolone” momentaneo. Perché un modello perda la sua posizione all’interno di noi ci vuole ben più di un solo strike. La persona autistica invece, che ha costruito su quel modello qualcosa di molto più strutturale, di nuovo, di ontologico, non ha gli strumenti per farlo.



Non diventare capri espiatori


Girard mostra che le comunità, specialmente nei momenti di tensione, si compattano espellendo chi porta i segni della vittima: la differenza visibile, l’imprevedibilità, l’incapacità di rispecchiare il gruppo. È un meccanismo che non richiede cattiveria: è solo omologazione per ridurre l’ansia collettiva.


Il bambino autistico non mascherato porta questi segni in modo strutturale. Lo stimming, il movimento ripetitivo che per lui è auto-regolazione, agli occhi del gruppo è differenza visibile, qualcosa che fuoriesce dal contesto del percepito comune. La difficoltà a leggere i codici impliciti lo rende imprevedibile, il che per Girard è il segnale che innesca il meccanismo vittimario: il gruppo si compatta contro il diverso. Aspetto molto presente tra i giovanissimi e che si raffina e si istituzionalizza (esclusione professionale, isolamento sociale, mancato avanzamento di carriera) man mano che si cresce.


C’è però un secondo piano, forse più sottile. Il disagio che molte persone neurotipiche provano in presenza di neurodivergenze non mascherate potrebbe avere una radice più profonda del semplice fastidio per la diversità. Il meccanismo mimetico funziona su rispecchiamento reciproco: io imito l’altro, l’altro imita me, ci confermiamo a vicenda. Quando questo specchio non funziona, quando l’altro non restituisce il riflesso atteso, qualcosa di molto basico si inceppa nel modo in cui processiamo le relazioni sociali. Non è solo “questo comportamento mi disturba”: è che l’altro non mi conferma come soggetto degno di desiderio, e questo genera un disagio che spesso non sappiamo nominare.


Un colloquio o una trattativa possono andare male perché l’intervistatore o il cliente percepiscono un modo di mostrarsi (nell’aspetto o nel parlare) differente rispetto a ciò che ci si aspetta per la situazione in cui ci si trova. La canonica prima impressione. È un “questa persona non mi vede come degna del suo impegno” e in questo senso impegno e desiderio sono due facce della stessa medaglia.


Il masking, letto in questa chiave, è una strategia di sopravvivenza sacrificale preventiva. Non aspettare che il meccanismo vittimario si attivi: intervenire prima, eliminare i segnali di differenza, diventare abbastanza simili da non essere selezionati come candidati all’espulsione.



Il costo di sembrare “normali”


La Dottoressa Pigni ha descritto un profilo ricorrente nella sua pratica clinica: la persona autistica di medio-alto funzionamento che ha imparato moltissimi schemi comportamentali, che entra in ogni contesto sociale con una performance convincente, che viene spesso descritta come “assolutamente normale” da chi la conosce in superficie. E che poi, nei rapporti personali, in quello spazio in cui la maschera dovrebbe potersi abbassare, si trova in difficoltà profonda, perché lì non ci sono schemi appresi, ma c’è solo la domanda: “e io, chi sono davvero?”.


Questa non è una crisi accessoria. È la versione soggettiva di quello che Girard chiama crisi mimetica: il momento in cui i doppi si moltiplicano e il sistema non regge più. In Girard la crisi è collettiva, esplode fuori ricercando un colpevole. Nella persona che maschera per una vita intera, esplode dentro. Il burnout autistico, fenomeno clinicamente documentato e distinto dall’esaurimento ordinario, ha esattamente questa struttura: il sistema che si inceppa quando non riesce più a sostenere la doppiezza tra sé autentico e sé performato.


La Dottoressa Pigni ha anche segnalato qualcosa che vale la pena riportare: in chi ha fatto masking per molti anni ad alto livello, non è raro incontrare episodi di dissociazione, in cui il confine tra chi si è e chi si fa finta di essere si assottiglia fino a scomparire. Non è una patologia rara o estrema: è la conseguenza di anni in cui ogni contesto ha richiesto una versione diversa di sé e nessuna di queste versioni ha mai avuto spazio per consolidarsi come identità (2).


Dinamiche di gruppo e conformismo sociale il masking come adattamento mimetico per l'inclusione

Loro Noi e il sistema


C’è una conclusione che emerge da tutto questo e che riguarda meno le persone autistiche e più il sistema a cui viene chiesto di adattarsi.


La società neurotipica non chiede solo conformità comportamentale. Chiede mimesi del desiderio stesso: vuole che il neurodivergente desideri come tutti, si entusiasmi come tutti, si stanchi come tutti. Ciò vale sottilmente anche per un qualsiasi neurotipico, pena la condanna e l’esclusione. Per un neurodivergente però il masking è il prezzo pagato per accedere alla comunità, e il fatto che questo prezzo venga pagato quasi sempre in silenzio, senza che chi lo riceve (ma non è cosa facile accorgersene) si faccia carico del costo, dice qualcosa sulla natura della comunità stessa.


Girard userebbe probabilmente il termine apocalisse nella sfumatura di rivelazione. Il movimento contemporaneo per la neurodiversità, la crescita delle diagnosi tardive, il trend della pratica dell’“unmasking” che alcune persone autistiche adulte scelgono… tutto questo ha la struttura dello svelamento girardiano: la vittima che prende parola e, nel farlo, rivela il meccanismo di finzione al gruppo.


C’è però un paradosso che non si può ignorare: documentare il proprio unmasking sui social e farne una narrativa pubblica e riconoscibile è già, a sua volta, una forma di masking mimetico. Tuttavia questo riguarda anche la sfera neurotipica della società, per la parte che cerca contenuti più autentici e che vuole poter mostrare il proprio io senza necessità di nascondersi dietro a una mimesi. La maschera che si toglie davanti a un pubblico è ancora una maschera propria di un’altra comunità mimetica, che sfida la società in cerca di riconoscimento e, infine, di accettazione. Questo circolo vizioso è noto e inevitabile e l’unico modo per uscirne è sapere che ci rientreremo. Non per tutti, però, è una cosa così scontata.


Autopresentazione digitale e desiderio mimetico il sé mediato dalla tecnologia e il masking

(1) Per un approfondimento e una definizione clinica più precisa, Dr. Laura Hull et al. (2017) descrivono il camouflaging come composto da tre strategie principali: assimilation (adottare comportamenti neurotipici), masking (nascondere quelli autistici) e compensation (sviluppare strategie alternative per gestire le difficoltà sociali).

Il tema della dissociazione (in cui ricadono questi comportamenti) in persone autistiche a medio-alto funzionamento (si dice di persona neurodivergente le cui caratteristiche non compromettono il funzionamento cognitivo e permettono una performance sociale parzialmente adattata) è ancora relativamente poco studiato in letteratura, anche in ragione dei ritardi diagnostici che caratterizzano questa fascia di popolazione. A ragion veduta, la Dottoressa Pigni ne ha parlato come di un’esperienza clinica ricorrente, non come di un dato epidemiologico consolidato.


(2) E non è nemmeno appannaggio esclusivo delle sole persone neurodivergenti: basti pensare agli attori che si sono immedesimati molto in una parte e per troppo tempo. O a chi impersona certi ruoli sul lavoro e che alla fine sconfina in un altro ambiente.



Fonti utili per approfondire


Oltre ai canonici testi girardiani, ritengo necessario riportare una lista di fonti sul tema neurodiversità emerse durante gli approfondimenti preliminari e la stesura dell’articolo.


Testi girardiani



Libri divulgativi


  • Steve Silberman, NeuroTribù (2015, ed. it. Adelphi): storia del movimento per la neurodiversità e ripensamento dell'autismo come variante umana, non deficit; il testo che ha portato queste idee a un pubblico largo

  • Fabrizio Acanfora, Eccentrico (2021): prospettiva italiana sulla neurodiversità, accessibile e orientata alla valorizzazione delle differenze cognitive

  • Devon Price, Unmasking Autism (2022): il riferimento culturale che ha dato nome e cornice popolare alla pratica dell'unmasking; non è una fonte accademica, ma è quello che ha generato il fenomeno descritto nell'articolo


Origini del movimento per la neurodiversità


  • Judy Singer, NeuroDiversity: The Birth of an Idea (1998, tesi; pubblicata come libro nel 2016): il testo che introduce il termine in ambito accademico

  • Botha, Chapman et al., Autism (2024): revisione critica delle origini del concetto, che ricostruisce come la teoria fosse elaborata collettivamente dalla comunità autistica online già a metà anni Novanta


Studi clinici sul masking


  • Hull et al., Autism (2017): definizione clinica del camouflaging nelle sue tre componenti (assimilation, masking, compensation)

  • Cassidy et al., Autism (2019): relazione tra camouflaging autistico e costi sulla salute mentale

  • Raymaker et al., Autism in Adulthood (2020): definizione e documentazione del burnout autistico, distinto dall'esaurimento ordinario


Dati sulle diagnosi tardive


  • JAMA Network Open (2024): analisi di oltre 12 milioni di cartelle cliniche USA (2011-2022); aumento del 175% delle diagnosi, con l'incremento relativo più forte tra donne adulte (+305%)

  • Epic Research (2025): quasi una donna su quattro riceve la diagnosi di autismo in età adulta, contro il 12% degli uomini


Unmasking e Social Media


  • Alper et al., New Media & Society (2023): analisi di 89 video TikTok con hashtag autistici; mostra la relazione tra algoritmi e co-costruzione pubblica dell'identità autistica e sostiene il paradosso dell'unmasking descritto in conclusione

  • Skafle et al., Autism (2024): come gli adulti autistici usano i social per costruire identità; TikTok emerge come spazio privilegiato, in particolare per le donne

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