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Il mostro nei miti | Vittime e violenza - Caso 3: gli Orchi di Tolkien

  • Immagine del redattore: Gruppo Studi Girard
    Gruppo Studi Girard
  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Arrivando a un autore contemporaneo, dopo i Ciclopi di Omero e i Centauri di Ovidio, il terzo caso di mostro che vogliamo approfondire è quello degli Orchi di Tolkien. E a questo punto è chiaro che il passaggio fondamentale non è dato dall’iniziare a identificare tratti distintivi di quella che è una “specie” a sé stante rispetto alle altre, né la sua peculiare genesi, ma l’iniziare a farlo in maniera del tutto dichiarata ed esplicitamente ragionata, con la conseguenza che viene avviato un grande dibattito su questi argomenti, a dimostrazione che una presa di coscienza di una serie di problemi è frutto non di una presa di distanza dal mito, ma di una evoluzione interna del suo modo di essere raccontato.

Come ha giustamente notato Damiano Bondi in “For nothing is evil in the beginnig”. Il male nell’universo tolkeniano (A questo contributo al libro Il male nella letteratura contemporanea. Riflessioni filosofiche ho avuto il privilegio di lavorare anch'io, ma il merito di questa osservazione è tutto del professor Bondi), «se in Tolkien c’è un’antropologia, ci sono anche una elfologia (o meglio, una Quendologia), una nanologia e una orcologia». Questa osservazione coglie un punto cruciale nella misura in cui non solo sottolinea che gli Orchi non sono ridotti a mere allegorie: c’è un elenco che non è quello delle varie stranezze animali della natura, si parte dall’“antropologia” per poi accostare un’“orcologia”. Con Tolkien si inizia a studiare una “specie” mostruosa come si studia la specie umana.



Così effettivamente è successo. Oltre al più famoso tema delle lingue che gli Orchi utilizzano e che non sono le stesse degli altri, un interessante esempio di analisi è quello del loro umorismo, che propone Tom Shippey in Orcs Wraiths, Wights: Tolkien’s Images of Evil (di seguito traduzione di S. Bonechi, v. quella completa):


«Quasi la prima cosa che Pipino nota quando rinviene, nel capitolo Gli Uruk-hai, (il brano più lungo di conversazioni orchesche) è un orco che ride dei suoi sforzi per liberarsi. Gli orchi ridono nuovamente quando Uglúk lo alza da terra afferrandolo per i capelli e “gridano” per il divertimento quando Merry si divincola e urla per la medicina che gli dà Uglúk. Nei loro discorsi essi fanno battute in continuazione, da quella della guarda dalle fauci gialle: “Stai fermo, o ti farò il solletico col mio coltello” (enfasi mia), al “Non è capace di prendere la sua medicina” degli orchi che osservano il dimenarsi di Merry, alla risposta sarcastica di Uglúk alla domanda degli orchi del Nord: “Continueremo a correre. (…) Cosa credete? Di poter sedere sull’erba e aspettare che i Pellebianca si uniscano alla scampagnata?” (SDA, pp. 493, 497). Parole frequenti in bocca agli orchi sono “spasso”, “gioco”, “divertimento”. C’è una gioco di parole tipicamente orchesco nell’adattamento proverbiale che fa il caposquadra aguzzino verso la fine del capitolo La Terra d’Ombra: “Ecco!” rideva, schioccando la frusta vicino alle loro gambe, “Dove c’è una frusta c’è una volontà, lumaconi miei!” (SDA, pg. 1005). Naturalmente per gli orchi il “divertimento” solitamente deriva dalla tortura, le loro battute sono aggressive e sarcastiche, e la loro ilarità proviene dal vedere gli altri (inclusi i loro compagni, come “il vecchio Ufthak”) sofferenti o indifesi. Ma tutte queste sono componenti anche dell’umorismo umano, per quanto uno possa essere restìo ad ammetterlo. Persino gli hobbit lo capiscono quanto basta per parteciparvi, come fa Merry col suo spavaldo: “Dove sono il letto e la prima colazione?” (SDA, pg. 497). Gli orchi possono ben essere in basso, o addirittura fuori, della scala dell’accettabilità umoristica, ma è la stessa nostra scala»


In maniera ancora più – se vogliamo – studiata, di nuovo il mostro, come già in Ovidio e un po’ in Omero, si caratterizza per la sua “oscenità”, per il suo mettere in mostra senza darsi un freno qualcosa di genealogicamente molto umano. Non è tanto una cattiveria spropositata il punto: l’esempio dell’umorismo, nel suo essere non particolarmente violento in sé, dimostra bene che la questione vera è lo smascherare – con una maschera che per la sua mostruosità fa il contrario di nascondere – in modo palese, “osceno” appunto, che un legame con la violenza esiste (per un approfondimento in questo senso sul tema del comico rimandiamo ai video di Matteo Bisoni e Simone Berno su Fantozzi).

Il fatto che in Tolkien non solo c’è un’“orcologia” che è accostata all’antropologia, ma addirittura che è derivata dall’antropologia, è tanto poco lasciato al caso, che la questione genealogica diventa un vero caso di studio internamente al mondo di Arda, in cui ci si interroga dichiaratamente sull’origine degli Orchi. Nel volume Morgoth’s Ring si legge:


«This then, as it may appear, was my father’s final view of the question: Orcs were bred from Men»



Naturalmente più famosa è la versione in The Silmarillion:


«all those of the Quendi who came into the hands of Melkor, ere Utumno was broken, were put there in prison, and by slow arts of cruelty were corrupted and enslaved; and thus did Melkor breed the hideous race of the Orcs in envy and mockery of the Elves, of whom they were afterwards the bitterest foes»


È interessante che prevalga l’ipotesi secondo cui gli Orchi siano Elfi corrotti in una narrazione che vede gli Elfi come principali protagonisti e soprattutto principali antagonisti degli Orchi: di nuovo come in Ovidio c’è un profondo connubio tra i concetti di rivalità e genesi. Ma di nuovo in Tolkien c’è uno studio approfondito che arriva ben oltre e pone al centro un altro concetto, pure non del tutto assente fin da Omero: quello di vittima. Non in chiave vittimistica: il mostro continua a esercitare una violenza ingiustificata e a produrre vittime, come fin dai tempi del Ciclope nell’Odissea; ma l’intuizione è che lo fa proprio perché è vittima anche lui. Nel circolo vizioso delle rivalità già messo a tema da Omero e a cui Ovidio aveva aggiunto l’accento sulla questione genealogica, Tolkien individua il perno intorno al quale ruotano insieme rivalità e genesi.

A differenza dei Centauri discendenti dell’audax Issione, gli Orchi sono Elfi prigionieri, corrotti e schiavizzati con “le arti della crudeltà”. In Morgoth’s Ring si legge proprio: «Melkor had no children»; una chiara presa di distanza da tutta una tradizione mitologica. Un dettaglio interessante che specifica invece in termini positivi la dinamica che genera la metamorfosi in Orchi è quello di una nota:


«For one thing Morgoth had achieved was to convince the Orcs beyond refutation that the Elves were crueller than themselves, taking captives only for ‘amusement’, or to eat them (as the Orcs would do at need)»


Realmente vittime di Melkor, gli Orchi sono istigati a sentirsi “vittime” (qui il vittimismo è messo a tema, invece di essere il punto di vista della narrazione) degli Elfi per scatenare una competizione mimetica su chi sia più crudele. Questo elemento completa perfettamente il quadro delineato in The Silmarillion con la vicenda di Fëanor (approfondita in un altro articolo): gli Elfi diffidenti dei Valar e gli Orchi indottrinati da Morgoth concretizzano in un racconto drammaticamente esemplare quel circolo vizioso, in cui tutti reclamano il ruolo di vittime e pertanto tutti sentono il “bisogno” di muovere guerra (cosa che ognuno “would do at need”).



Che per Tolkien è una dinamica accusatoria nei confronti del rivale a generare la metamorfosi in mostro è confermato da quanto emerge da Il Signore degli Anelli, in particolare nel capitolo Messer Samvise e le sue decisioni, quando la conversazione orchesca è tra Shagrat e Gorbag (dar priorità a cosa comunica di sé il “popolo” che si sta studiando è tipico proprio di un approccio etnologico). Nell’articolo già citato, Tom Shippey evidenzia come da un lato i due considerino un “tiro tipicamente elfico” (“regular Elvish trick”), con accezione chiaramente accusatoria, abbandonare un compagno per terra e dall’altro ridano delle torture del ragno Shelob a cui hanno abbandonato il loro compagno Ufthak: questa apparente contraddizione è in realtà la chiave per una comprensione. Il connubio accusa e umorismo distorto non è per nulla causale e lo dimostra il fatto che sono provocati da eventi clamorosamente simili.

Ma che gli Orchi siano plasmati sentendosi “vittime” della crudeltà degli Elfi non toglie che siano realmente vittime di Morgoth e non assumere un punto di vista vittimistico nei loro confronti non significa allora che porre al centro il concetto di vittima sia un’elegante soluzione teoretica al problema del mostro fine a se stessa, senza implicazioni pratiche. È un elemento da non sottovalutare che nell’universo tolkeniano, per quanto siano costanti gli scontri armati contro di loro, nessun personaggio buono progetti di epurare il mondo di Arda dall’intera popolazione degli Orchi in quanto specie “irrimediabilmente” malvagia (cfr. la lettera n. 153 nella raccolta pubblicata con il titolo La realtà in trasparenza). Nemmeno il regno di Aragorn, libero dall’ostilità di Sauron, a chiusura di Il Signore degli Anelli e dei racconti di Tolkien, è un regno epurato dall’esistenza degli Orchi. Addirittura in Morgoth’s Ring si legge:


«If any Orcs surrendered and asked for mercy, they [Elves and Men] must be granted it, even at a cost»


Resta naturalmente aperta la domanda sulla possibilità di una redenzione effettiva degli Orchi, ma già averla posta esplicitamente si presenta come un collocarsi da parte dell’autore stesso in un percorso, che non è da lui concluso.

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