La catarsi ne Il gladiatore | «Ho solo un’altra vita da prendere»

Aggiornamento: 30 nov 2020

di Pietro Somaini


Il grande merito che gli storici hanno riconosciuto al film Gladiator di Ridley Scott (che di fatti storici ne presenta ben pochi) è quello di aver fatto rivivere l’atmosfera che al tempo dei Romani circondava i tanto noti munera, i giochi gladiatorii. Niente più scene di santi e di martiri cristiani nelle arene, si ritorna ai feroci scontri che sanno esaltare il pubblico di oggi, offrendogli un assaggio di quell’esaltazione degli antichi, documentata dallo stesso Agostino nelle sue Confessioni (VI libro).

Per chi ha conosciuto la teoria dell’antropologo René Girard sugli antichi riti non è difficile offrire una spiegazione del successo sconvolgente quanto inquietante di questi spettacoli (cfr. l’articolo Giochi gladiatorii): benché egli non si sia mai neanche accostato a questo fenomeno, la funzione catartica di un’uccisione, alla conclusione di uno scontro tendente ad essere equilibrato fino all’ultimo, è esattamente il fulcro della sua riflessione. Non è dunque azzardato ritenere che egli possa offrirci validi strumenti per approfondire almeno un aspetto (di sicuro fondamentale) del film, ovvero lo scontro tra Massimo e Commodo, magistralmente interpretati da Russell Crowe e Joaquin Phoenix. Come presenta il film la vicenda?



Possiamo osservare due linee guida: da un lato un’oscillazione dei ruoli che tende a una totale inversione e dall’altro una demonizzazione del personaggio di cui l’altro deve vendicarsi che prepara all’uccisione catartica di cui il pubblico (quello del film) ha bisogno al termine della sanguinosa disputa.

Cominciamo con l’approfondire la prima. Massimo Decimo Meridio è un generale romano che cade in disgrazia: viene condannato a morte, si salva, ma trova la famiglia bruciata e crocefissa, diventa schiavo e gladiatore. Commodo sale al potere come imperatore di Roma.

Se dunque all’inizio i due antagonisti erano tutto sommato vicini nella gerarchia sociale, a un certo punto sono massimamente distanti: uno appartiene al ceto più basso, l’altro è la figura più importante. Girard ritiene che per essere un soggetto sacrificabile è sufficiente essere distante dal ceto medio, non importa se più in alto o più in basso. È comunque storicamente documentato che tra le società antiche in cui si osservano sacrifici umani, le vittime più frequenti sono i sovrani e gli schiavi. Possiamo dunque dire che la trama qui è molto ben studiata: quando i due contendenti si affrontano, sono massimamente vulnerabili, in qualsiasi momento uno dei due può perdere il favore della folla e morire.

Abbiamo introdotto il terzo grande “protagonista” della vicenda: la folla. Non è perché Girard è un sociologo che decidiamo arbitrariamente di chiamarla in causa, è il film stesso che narra come sia la folla il vero arbitro della contesa. Compare per la prima volta dando voce a un coro di sottofondo, come più volte si ripeterà, quasi scandisse il ritmo del film, le telecamere la inquadrano spesso come pubblico di spettatori (in particolare del ricostruito, immenso Anfiteatro Flavio, a noi più noto con il nome medievale di Colosseo), ma soprattutto è costantemente presente nei pensieri e nelle decisioni dei due rivali.

Non è il tanto fedele esercito che tiene in vita Massimo, ma la folla venuta a godersi lo spettacolo della sua bravura come gladiatore. Non è di eserciti che si preoccupa Commodo: è l’ammirazione del popolo; come dice lui stesso: è per ottenere il suo “amore” che organizza i giochi gladiatorii da cui si sviluppa tutto. E cosa ottiene?


«Oggi ho visto uno schiavo diventare più potente dell’imperatore di Roma»


Così dice Lucilla a Massimo: chi gli ha conferito tutto questo potere? Forse il film non ha dato una versione “oggettiva” (ci torneremo con la seconda linea guida) della violenza delle arene, ma di sicuro ha riconosciuto alla folla una funzione fondamentale per decidere le sorti degli uomini. Una volta “conquistata”, la folla unita nel suo grido può fare di un imperatore uno zimbello e di uno schiavo l’uomo più potente. Proprio quando sembrava che lo status sociale avesse dato a Commodo il massimo vantaggio, il pubblico di Roma rimescola le carte e inverte i ruoli.

Uno dei due dovrà morire, chi sarà? Tutto improvvisamente è provvisorio e oscillante. Commodo vede la crisi e comincia a temere (giustamente soprattutto la “clemenza” del rivale).



Passiamo quindi alla seconda linea osservata: se per quasi tutto il film, fino alle scene finali, il pubblico romano oscilla e sembra indeciso, il pubblico al cinema non lo è affatto. Noi non lo siamo affatto. Per noi ci può essere una sola morte catartica, l’altra non potrebbe mai avere questa funzione.

Non ci è offerta nessuna versione “oggettiva” da questo punto di vista, ma un mito, nel senso tecnico del termine. E non tanto per gli errori in sé dal punto di vista storico, ma per le scelte fatte nel momento in cui si sono prese le distanze dalla storia. Alcune non sono state scelte qualunque. Una cosa è rappresentare gli scontri tra gladiatori in maniera tale da renderli più avvincenti per il pubblico contemporaneo; ben altra è demonizzare un personaggio di cui l’altro deve vendicarsi (balza agli occhi la differenza con Eschilo: nell’Orestea, lungo racconto di vendette, non demonizza nessuno).

Commodo è rappresentato come un perfetto capro espiatorio: parricida e incestuoso come Edipo (per la lettura girardiana della figura del re tebano suggeriamo L’Edipo liberato). Ogni possibilità di porlo sullo stesso piano del rivale è demonizzata con lui: è sempre messa in bocca a lui l’idea che loro due siano uguali. «Anche tu togli la vita quando devi, come faccio io».

Eppure non dice assurdità: che la violenza sia mimetica è proprio una tesi fondamentale di Girard. Prima dello scontro finale dirà che lui e Massimo sono “fratelli”, avendo entrambi amato il loro “padre” Marco Aurelio. Commodo è un vero girardiano nel riconoscere il loro mediatore, ma il punto è proprio questo: demonizzando lui, si demonizza ogni pensiero egli enunci.

A ben guardare le scene iniziali del film avevano lasciato intravvedere come effettivamente Marco Aurelio fosse stato un pessimo modello, che esibiva impietosamente la sua preferenza per un discepolo, umiliando l’altro e istigando la rivalità, ma quelle finali vanno in un’altra direzione e con ben altra enfasi. Commodo sfoggia tutta la sua bassezza pugnalando Massimo, incatenato ma acclamato, prima di affrontarlo: il film vuole assicurarsi che nessuna identità possa essere pensata. Il combattimento stesso è slealmente impari. Scott ricalca il più possibile la differenza tra i due, prima di abbandonare nella sabbia uno e innalzare ai Campi Elisi l’altro. Novello Tiresia, ci offre una nuova catarsi.

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