Rimatore, profeta, giullare | Il Dante di Barbero

Aggiornamento: apr 10

di Marco Stucchi



Dante di Barbero è – perdonate la tautologia – il libro di uno storico. La nuova star della divulgazione ha ricostruito la vita di Dante senza spericolate forzature, attraverso un preciso ed avvincente confronto con i documenti dell'epoca. Manca la poetica, manca la filosofia; eppure, da questo affresco storico, possiamo ricavare un ritratto di Dante estremamente interessante, che potrebbe tornarci utile anche per comprendere meglio le sue opere. Per fare questo, tuttavia, sarà necessario assumere la regola, piuttosto invisa alla critica odierna, per cui almeno alcune opere letterarie affondano necessariamente le loro radici in esperienze biografiche.


E quali sarebbero queste esperienze – affettive, sociali, psicologiche, spirituali – che hanno lasciato il segno nella produzione letteraria di Dante? Cercheremo risposte tra le pagine di Barbero (che segnalerò nel testo tra parentesi tonde).



È opportuno anzitutto mettere a fuoco alcune caratteristiche della Firenze dell’epoca e del contesto sociale in cui si muoveva il poeta. Andrebbe quindi menzionato il clima di prosperità ed effervescenza economica: “i profitti erano vertiginosi, gli arricchimenti velocissimi” (A. Barbero, Dante, Laterza, p. 20). La società fiorentina era infatti caratterizzata da una fortissima mobilità (p. 20, 123). Lo stesso concetto di nobiltà, d’altronde, non era così rigido né era giuridicamente qualificato (p. 16). C’erano quindi numerose possibilità di arricchimento per tante persone, il che contribuiva a determinare una marcata mobilità sociale. E “tuttavia[1], tra i fiorentini l’avidità, l’invidia e la paura anziché placarsi diventavano sempre più feroci” (p. 21). La violenza, ci mostra infatti Barbero, era l’altro ingrediente fondamentale della Firenze dell’epoca: risse mortali per strada, soprusi, proscrizioni, incendi. Questa la città nella quale Dante nasce, cresce e si fa uomo: ricca, piena di opportunità e violenta.


Un clima sociale instabile, imprevedibile, spesso pericoloso, che non può non riflettersi sulla vita politica fiorentina, che vede Dante tra i suoi protagonisti. Andando oltre le semplificazioni manualistiche – guelfi contro ghibellini, Bianchi contro Neri – Barbero lascia intravedere un “fitto intreccio di compromessi, voltafaccia e alleanze innaturali” (p. 203): quello che è il tuo alleato di oggi può diventare il nemico mortale del domani (e viceversa), il potere conquistato può andare in rovina in pochi giorni e ritorcertisi contro.


In questo contesto a dir poco movimentato, costellato da continui rimescolamenti, nel segno della precarietà delle gerarchie sociali, Dante pare collocarsi, spesso e (più o meno) volentieri, in spazi liminari, ambigui: nobile e non nobile, Bianco e non Bianco. Insomma, vero e proprio “legno sanza vela”[2], trascinato su e giù da quei vorticosi mulinelli generati dal forsennato rincorrersi di miriadi di desideri feroci.


Veniamo dunque all’uomo Dante. Mi limiterò a passare in rassegna tre immagini estremamente interessanti del poeta fiorentino che emergono dalla lettura del libro di Barbero: il rimatore, il profeta e il giullare.



Cominciamo dall’inizio, dal rimatore. Leggendo e discutendo la Vita Nova con altri autori di questo blog, mi sono reso conto che è parecchio fuorviante l’idea del poetare che siamo inclini a proiettare sul passato. Per la maggior parte di noi, scrivere poesie vuol dire scarabocchiare furtivamente versi di dubbio gusto tra le pagine di un diario segreto. Per quanto mi riguarda – e credo che l’esperienza sia comune – le poesie e le canzoni scritte in gioventù non sono quasi mai uscite dal cassetto o dalla cartella di Guitar Pro. Ecco, compieremmo un errore a pensare che nel passato le cose si svolgessero in maniera simile, in particolare se quel passato è la Firenze di Dante, a cavallo tra XIII e XIV secolo. Scrive Barbero che “in quel mondo era comparsa da poco una novità che faceva furore tra i giovani”: “analizzare la passione amorosa, questo argomento di interesse comune, e tradurre l’analisi in versi, e non in latino, ma nella lingua di tutti i giorni” (p. 76).


Il poetare, “l’arte del dire parole per rima”[3], era una vera e propria moda: un affare pubblico ritualizzato e socialmente codificato. Non solo, il rimare era caratterizzato da una spiccata componente di competitività: “era un gioco, di cui tutti conoscevano le regole: ricevere un sonetto è come una sfida, bisogna rispondere” (p. 77). Quando Dante manda il sonetto A ciascun’alma presa[4] sta indirettamente e sottilmente sfidando amici e rimatori a (non) riconoscergli il suo prestigio pubblico, il suo talento, la sua meritata quota di desiderabilità.


Questo approccio competitivo del Dante rimatore, del resto, fa coppia con la sua lunga rincorsa, pratica e speculativa, verso lo status di nobiltà. Dante cercò infatti di elevare la propria condizione sociale per accedere ai ranghi della nobiltà fiorentina, in modo da potersi considerare a tutti gli effetti un pari dei suoi migliori amici, Cavalcanti e Donati. La nobiltà della sua famiglia era infatti quantomeno ambigua: i suoi genitori erano benestanti, ma non di famiglia così antica e famosa da incutere quel rispetto che contraddistingueva la nobiltà (p. 125). Eppure – è Dante stesso che si preoccupa di farlo notare (p. 27) – un suo bisnonno, Cacciaguida, pareva essere in odore di nobiltà. Peraltro, sul tema della nobiltà – che terrà impegnato Dante per molti anni – vale la pena notare che il poeta cambiò spesso opinione, arrivando a sostenere tesi contradditorie (p. 21, 25), in un modo che ricorda talvolta la nota favola della volpe e dell’uva.


Competizioni, ambizioni e sfide che però sembrano condurre irresistibilmente il nostro rimatore alla sconfitta, allo scacco, all’umiliazione. In politica e in amore Dante ricade infatti nelle situazioni più vergognose e pericolose.


In una maniera che ricorda fin troppo alcuni personaggi di Dostoevskij – penso a Goljàdkin o all’uomo del sottosuolo – vale la regola per cui più l'orgoglio è forte, più il desiderio di vedersi riconosciuto il proprio valore è totalizzante, maggiore sarà il rischio di trovare sulla propria strada l'ostacolo che vanifica tutti gli sforzi, l'ostacolo che giustifica i tentativi di superamento tanto più è insuperabile. O l'ammirazione è massima e incondizionata, o bisogna vestire i panni dello scarto, dell'escluso. My two cents: la tragicomica scena del gabbo[5], in cui il sommo viene deriso all’unanimità davanti alla sua amata, è il modello dell’esilio e della condizione di vergogna e solitudine che accompagnerà Dante per lunghi anni. Esagero? Il fatto che Dante compaia tra i leader dei Bianchi esiliati e decisi a rientrare a Firenze per poi entrare in rotta di collisione con il gruppo, fino a diventarne nemico mortale, non dimostra una certa ricorsività, una certa fissazione di queste dinamiche altalenanti, di questo essere costantemente in bilico tra la vittoria definitiva e lo svergognamento unanime?



Il secondo Dante di cui vorrei parlare, il “Dante profeta” (p. 232), risale agli anni successivi all’esilio, che rappresenta una delle più brucianti sconfitte subite da Dante. La voce del profeta è qui voce del riscatto, spesso della vendetta, voce emessa fiocamente dallo scarto prodotto dell’espulsione (per un ruolo simile dell’oracolo/profezia, si pensi al Filottete di Sofocle). Dante, in una certa fase della sua vita, riconoscendosi escluso da quella comunità che avrebbe dovuto accoglierlo e anzi tributargli i più grandi meriti, si dà alle profezie, dando libero sfogo alle note più dolenti, tra le quali risuonano risentimento e melanconia.


La condizione di esule sarà per lui un vero e proprio stigma, sociale e psicologico, da cui faticherà a liberarsi. Stigma reso ancor più bruciante dal persistere di rivalse velleitarie dai tratti onirici, come il sogno dell’incoronamento sull'Arno (p. 246), grande onore tributato agli amati poeti antichi. L’agognata corona d’alloro e i dolori dello scendere e salire per le scale altrui[6] sono del resto due facce della stessa medaglia. Il grande ballo a Villa Borghese sul lago di Como da una parte e il fango delle strade di San Pietroburgo dall’altra, per tornare all’uomo del sottosuolo.


Il percorrere queste antiche scale ha avuto costi altissimi per Dante. Ci sono state addirittura delle vittime, tra tutte, ebbene sì, Beatrice. La giovane donna sacrificata sull’altare verso cui convergeva l'anonima trama degli sguardi altrui; Beatrice, muta spettatrice vampirizzata da affannose ricerche di configurazioni di desiderio irrealizzabili e coattivamente votate al fallimento. Certo, Beatrice muore per cause naturali; ma muore, nel senso più profondo e interessante del termine, in un modo che ricorda l’Ermione del Racconto d’Inverno di Shakespeare. E chissà se, come Ermione, anche Beatrice non riuscirà a tornare miracolosamente dalla morte. Ulteriori studi dovranno incaricarsi di esplorare questi sentieri.


L’ultimo Dante ricavato dalle pagine di Barbero di cui vi vorrei parlare è il Dante giullare. Avete letto bene: giullare. Com’è possibile? Uno dei padri nobili della letteratura mondiale, tra le menti più brillanti della sua epoca, un giullare?!



Esule, solo, in condizioni di ristrettezze economiche, ma al contempo – ironia della sorte? – arcinoto per le sue opere (p. 191-192), Dante fu costretto ad accettare l’ospitalità di ricchi signori, come Cangrande I della Scala di Verona. “Gli uomini del suo tempo erano abituati a quelle figure, chiamate uomini di corte o, non senza ironia, cavalieri di corte, mezzo intrattenitori e mezzo scrocconi, non troppo lontani dai giullari, anche se con un tono socialmente più sostenuto, che vivevano a spese di principi e potenti, bene accolti per la loro piacevolezza in compagnia, sempre pronti alla battuta o al pettegolezzo, o magari a essere impiegati in una missione confidenziale” (p. 253).


Insomma, non proprio giullare, però suo parente stretto. Per non correre il rischio di soffermarci sterilmente sulle etichette (tipo "ambizioso", "arrivista", etc…), sarà opportuno ampliare l'orizzonte e soffermarci sui fenomeni sociali particolarmente rivelativi rispetto alla natura del desiderio umano[7] e alle molteplici configurazioni che esso può assumere. Ci accorgeremmo allora che il fool, il giullare, svolge, storicamente e sociologicamente, la funzione di riflettere l'immagine capovolta del Re, del Signore. Il giullare adula il Signore, lo invidia, ma ci permette al contempo di riconoscere un'identità di fondo: più che due momenti statici, irreversibili ed opposti, il Signore e il giullare sono due esiti compresenti di uno stesso desiderio, come dicevo poc'anzi. Il Re, infatti, è a sua volta affascinato dal giullare, è intimamente legato a questa figura, in quanto rappresentazione vivente di un possibile esito di un insaziabile desiderio – insaziabile specialmente per chi dispone di sfarzosi banchetti regali –, sempre in cerca di quel non so ché che si nasconde proprio dietro al prossimo angolo.


Il giullare è figura del ribaltamento, del rovescio dei valori. Con le sue arguzie e facezie richiama la vanità del prestigio, nonché l’evanescenza di quell’inafferrabile e ineffabile desiderio altrui che comanda le nostre azioni. Il giullare è insomma il sempre possibile esito della regalità. È esemplificativo a tal proposito il rapporto Re-buffone nel King Lear di Shakespeare.


E chissà che questa figura del rovesciamento non abbia giocato un ruolo negli anni in cui Dante ripensava alla propria vita con nuova consapevolezza, con un nuovo distacco. Un giullare sobrio magari, certo non sguaiato, neanche castigatore, ritiratosi dagli eccessi. Un giullare che è stato capace, forse, di conquistarsi una nuova pace, seppur intermittente e a tratti tinta di dolorosa nostalgia, quasi portasse una cicatrice lasciata da un coltello Morgul (ma su questo sarà probabilmente Pietro Somaini a dirci qualcosa nei suoi prossimi articoli). È proprio in quegli anni da uomo di corte, del resto, che Dante cominciò a scrivere il Paradiso.


Se avete trovato interessanti o deplorevoli alcune linee interpretative qui abbozzate, vi segnalo il mio commento a Tanto gentile e tanto onesta pare e uno scritto di più ampio respiro di Matteo Bisoni sulla poesia dantesca.


*****


[1] Sic, consiglierei a Barbero la lettura del Nostro.

[2] Convivio, I, cap. 3.

[3] Vita Nova, I.

[4] Vita Nova, I.

[5] Vita Nova, VII.

[6] Divina Commedia, Paradiso, Canto XVII.

[7] Nessuno specismo: la pallina più desiderabile è sempre quella irraggiungibile sotto il divano, come mi insegna un bulldog francese di nome Paiazo.

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