Sui movimenti di sviluppo | La questione razziale in risposta a Mattia Carbone

di Massimo Cislaghi


I fatti recenti di cronaca negli Stati Uniti, ma anche gli eventi, non solo attuali, nel nostro paese, seppure di proporzioni più ridotte, testimoniano la facile slatentizzazione delle istanze intolleranti e razziste, confermando la loro strisciante presenza in parte dell'occidente. Si tratta di un fenomeno che da sempre accompagna l'uomo, affonda le radici nel bisogno di sicurezza, nel rifugio in ciò che è noto, abituale e condiviso, guardando con sospetto, o più spesso con timore e preoccupazione l’alterità.

Il diverso e la differente cultura di cui è interprete, possono essere collocati su due poli interpretativi che vanno da una parte alla minaccia che invade e contamina un contesto socio-culturale, minandone l’equilibrio e dall’altra ad una risorsa per sviluppare e migliorare il proprio modus vivendi, nella, almeno teoricamente assodata in contesti democratici, convinzione che l'unica via possibile per il progresso si collochi in una cornice in cui possa dispiegarsi il confronto libero, riflessivo e criticamente costruttivo con l'altro.

Lo spostamento verso uno dei due poli dipende da molti fattori, come la storia non solo recente ci insegna. Tra questi le difficoltà economiche con le conseguenti frizioni sociali sono eventi che soffiano nella direzione della chiusura, del rintanarsi nelle certezze consolidate, del porre a margine, tutt’al più posticipando a tempi migliori, l’incontro e il confronto con l’alterità. La crisi finanziaria del 2008 ancora non del tutto superata si assomma al recente stravolgimento economico provocato dalla pandemia da covid-19.

In questo quadro instabile, si pone l’altro, ricordandoci e suggerendoci ciò che potremmo essere, i nostri punti di forza, ma ed è questo un aspetto dolente per la boria occidentale, anche i nostri limiti, le nostre responsabilità, nonché le colpe che accompagnano lo sviluppo di una parte del mondo a detrimento dell’altra. Si tratta per molti di un rimosso indiscutibile.

I momenti di tensione sociale, di instabilità economica, di angoscia per l’avvenire che stiamo vivendo sono le condizioni migliori per dare libera espressione al nostro “MA”, ciò che esprime il non detto, il non posto a tema, pur essendo presente in modo latente, ricordandoci quanto di fatto sia labile il confine tra il rimosso e la prassi.



Mi soffermo ora su un altro punto del ragionamento di Carbone sul quale concordo, vale a dire l'idea che se qualcuno proponesse di estirpare il razzismo dalla mente dell'uomo, persino dalla cantina dell’inconscio, non farebbe altro che perseguire un intento utopico e totalitario, innescando un processo mimetico teso al rialzo della posta, i cui esiti potrebbero potenzialmente essere disastrosi. Nessuno, ricorrendo al buon senso si presterebbe ad un progetto votato al fallimento, perché contrario alla nostra natura, che tra l’altro comporta: il timore dell’alterità, il desiderio di dominio e di assegnare al diverso il ruolo di capro espiatorio, di vittima sacrificale per le proprie colpe e responsabilità, nel tentativo di esorcizzare ansie e paure. Mi pare invece percorribile l'idea non di estirpare, quanto di mettere sul campo questo rimosso, di riconoscerne anzitutto l'esistenza, di trasporlo argomentativamente e non con i soli fatti. Riconoscere la presenza di un fenomeno è d’altra parte il primo indispensabile passo per poterlo affrontare. Il razzismo, l'intolleranza nelle sue diverse e multiformi espressioni è di certo un problema per la salute democratica, per lo sviluppo dei singoli e di una comunità nel suo complesso. Dire che l'antirazzismo è un discorso condiviso, che primeggia, potrebbe allora indurre ad adottare una rassicurante etichetta, dietro la quale si cela un preoccupante magma intollerante, che più è silenzioso, più rischia di essere dirompente.

Il riconoscimento è preceduto e seguito dal poterne e saperne parlare con sé e con gli altri senza fini manipolatori, né tanto meno ricorrendo alla forza, o alla minaccia, cercando di imporre la propria interpretazione. Sono ben consapevole che non si tratta di un’operazione semplice.

Capire e chiarire che cos'è il razzismo (che sentiamo e che ancora prima realizziamo), come si esprime, a che cosa mira, quale è stato il suo decorso storico, ne svelerebbe le storture, ma anche i bisogni che esprime, la sua connotazione antropologica, consentendo di spostare su questo campo più fecondo la nostra attenzione, avendo cura di non perdersi in sovrastrutture che sviano una riflessione e una conoscenza più costruttiva e che ci aiuti ad approdare ad una sintesi quanto più possibile condivisa.

A questo riguardo è necessario iniziare seriamente e in modo esteso, non relegato cioè a cerchie ristrette per lo più impermeabili all’esterno, a fare i conti con la colpa rimossa che pesa sull’occidente, che risiede nello sfruttamento selvaggio e nella depredazione violenta di risorse naturali di interi paesi, con la conseguente devastazione di equilibri politici, sociali ed etnici che hanno determinato conflitti interni estremamente cruenti. La nostra sete di crescita e di benessere, possibile alla condizione di un netto svantaggio delle popolazioni sfruttate si lega a doppio filo al fenomeno del massiccio respingimento, non ragionato, di diversi stati nei riguardi di chi decide di lasciare il proprio paese depauperato dalla furia capitalista occidentale, la cui tolleranza è condizionata al solo criterio del suo contributo per il profitto. Il problema è quanto mai attuale è “… non possiamo continuare a pensare che i quattro quinti dell’umanità continuino a sacrificarsi per la nostra crescita” (Bauman, 2013, p. 281).

La riflessione su di noi ci sollecita inoltre a considerare che la paura dell’altro è causata anche dalla forza disgregatrice che attraversa i paesi sviluppati, l’individualismo e l’anticomunitarismo che hanno contagiato tutte le sfere esistenziali e si stanno radicalizzando ci offrono l’occasione di esorcizzare questo male puntando il dito su di un colpevole esterno, il migrante appunto, tentando con questa strategia, votata al fallimento, una facile soluzione.

Il timore del diverso rappresenta inoltre quel diverso che abita in noi. In una realtà alienata, pervasa dal nichilismo in cui ciascuno fatica a capirsi, ascoltarsi, conoscersi, non sa come dialogare in modo autentico con gli altri, ha bisogno di trovare continui impegni più o meno seri per evitare di udire l’inquietante eco del suo vuoto interiore, lo straniero diviene una visione intollerabile quando esce dai margini, dai ghetti e si rende visibile, presente, perché ci riporta in modo nascosto, ma immediato alla mancanza che ci disorienta e ci tiene ostaggio.

Il punto è allora non abolire, non mutare a tutti i costi, non purificare in modo definitivo il sé collettivo, quanto piuttosto identificare un percorso affinché i disagi, le rivendicazioni, le paure, la rabbia, le idee possano esprimersi rinunciando alla violenza, in modo che ci si possa concentrare sul reale disagio depositato nel fondo della coscienza, piuttosto che su una sua deleteria espressione concreta.

Imbastire un confronto, anche duro, ma non violento, portatore di un’onesta autocritica e di un altrettanto seria critica costruttiva è un percorso quanto meno di medio, se non di lungo termine, che trova in alcuni interlocutori istituzionali e informali dei facilitatori indispensabili: la scuola con le numerose sollecitazioni che offre, con la possibilità di abituare i giovani al confronto misurato e riflessivo, la famiglia in cui i diversi punti di vista possono emergere ed essere discussi con pacatezza, il mondo associativo, le manifestazioni pacifiche, la cinematografia, il giornalismo serio ed equilibrato, le conferenze, i dibattiti pubblici, le manifestazioni pacifiche, e così via sono solo alcuni tra i tanti esempi possibili. Le occasioni sono numerose, lo stesso mondo online è ricco di approfondimenti e di suggestioni utilissime in tal senso. È uno sforzo importante cui siamo chiamati, ma non procrastinabile, come i brutali assassini dei cittadini statunitensi da parte delle forze dell'ordine hanno reso evidente, così come i numerosi soprusi ed atti intimidatori nei riguardi delle minoranze e dei più deboli diffuse in numerosi paesi democratici testimoniano.

Molti giovani paiono sensibili a questi temi, sanno manifestare pacificamente, sfruttano i diversi snodi del cyperspazio per creare relazioni e costruire una massa critica, sono capaci di trasporre le idee maturate sui social media in una concreta opposizione pacifica sui diversi territori. Lo stesso Jürgen Habermas parla a questo riguardo di possibilità di sviluppo democratico insito nelle nuove tecnologie informatiche e della comunicazione. Gli strumenti elettronici consentono agli individui di emanciparsi dal particolarismo spaziale e temporale, di oltrepassare il provincialismo esistenziale, accedendo a informazioni di varie provenienze, con tagli di senso differenti e multisfaccettati, su temi e problematiche diverse:


“Scrittura stampa e media elettronici contrassegnano le innovazioni rilevanti in questo settore dal punto di vista evolutivo , tecniche con il cui aiuto le azioni linguistiche si staccano dalle limitazioni contestuali spazio temporali e sono rese disponibili per contesti moltiplicati” (Habermas, 1984, p. 791)


Questo percorso dialogico non prevede però un punto di arrivo definitivo, quanto piuttosto l’individuazione di approdi temporanei. Diverse condizioni politiche, economiche, e culturali potrebbero favorire l’affermarsi di una differente e convincente lettura del reale capace di integrare la conoscenza precedente:


“Di fatto, come abbiamo visto, l’esperienza è sempre anzitutto esperienza della nullità: in essa ci si accorge che le cose non sono come credevamo. Nell’esperienza che si fa di un altro oggetto mutano sia il nostro sapere che il suo oggetto. Ora sappiamo l’oggetto in modo diverso e meglio: cioè l’oggetto stesso non regge. Il nuovo oggetto contiene la verità sul vecchio” (Gadamer, 2016, p. 731)



In conclusione credo che in questo frangente così complesso e preoccupante una possibile strategia volta a cercare una soluzione, difficilmente possa risiedere nel “porgere l'altra guancia”, che potrebbe al contrario cronicizzare ancora di più le ingiustizie di cui siamo abituali spettatori. Nel Vangelo secondo Matteo si recita: "Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Io invece vi dico di non resistere al male; anzi se uno ti colpisce alla guancia destra, volgigli anche la sinistra” (Girlanda A., Gironi P., Pasquero F., Ravasi G., Rossano P., Virgulin S., 1995, p. 1524 - 1525). Se la prima opzione “occhio per occhio e dente per dente” rischia di attivare una deleteria rincorsa mimetica, la seconda può sfociare in una forse più preoccupante paralisi della situazione. Cercando un diverso orientamento incontriamo un invito del filosofo Johann Gottlieb Fichte, che in dei manoscritti scrive che la sua sola passione è di agire fuori di sé, esortando all’azione, a superare la passività e la pura speculazione per un deciso invito alla prassi (Fichte, 2013). Altri pensatori, tra i tanti, come Hans-Georg Gadamer, o il già ricordato Habermas sostengono questa prospettiva. Sottolineano il valore della scelta, della responsabilità, della non violenza, della tenacia, del confronto serio, onesto e duro quando necessario, del sapersi mettere in gioco, condividendo le proprie idee anche quando sono impopolari, controcorrente e sfidano la moda perché capaci di guardare oltre, secondo una prospettiva più ampia.

È necessario però al contempo, come indicato in precedenza, saper accettare la transitorietà delle prospettive e delle scelte conseguenti, poiché l'interpretazione del mondo risente dell’inevitabile variegazione e ricchezza che accompagnano l'uomo e che contraddistingue le diverse epoche. Un oggetto, un testo, un'opera d'arte, un costrutto umano nel tempo acquisiscono connotazioni diverse, le sfaccettature di senso si diversificano, arricchendone però la comprensione. Un costrutto in un dato momento può divenire anche esecrabile, ne possono essere svelati, perché il momento storico è propizio, altri versanti, prima sottaciuti, che è doveroso, ove considerati dirimenti, tenere in debita considerazione nelle scelte future.

La “rivelazione” che consente di evitare la ripetizione della storia, la ciclicità degli eventi dipende da una scelta, dalla volontà creatrice e trasformatrice, dal non darci per vinti, sentendoci insufficienti: “Che cosa posso fare di fronte a problemi talmente grandi?” A nulla servirebbe attendere che qualcosa o qualcuno messianicamente ci liberasse. Riveliamo il nostro essere, liberiamolo dalla passività e dall'attesa di un improvviso quanto improbabile evento salvifico, buttiamo a mare la zavorra fatalista per abbracciare il nostro destino e renderci attori partecipi della sua complicata e travagliata, ma continua quanto inevitabile, de-costruzione e ri-costruzione.

Il mimetismo positivo diviene allora una chiave di volta salvifica cui ricorrere. Diverse sono le agenzie sociali e le istituzioni, alcune prima richiamate a titolo di esempio, capaci di inanellare un mimetismo costruttivo e consapevole anche delle sue possibili derive negative e proprio per questo in grado, almeno in parte, di non farvisi deviare.


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Bauman Z., 2013, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano.

Fichte J.G., 2013, Discorsi sulla missione del dotto, Bompiani, Milano.

Girlanda A., Gironi P., Pasquero F., Ravasi G., Rossano P., Virgulin S., 1995, La Bibbia, San Paolo, Milano.

Habermas J., 1984, Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna.

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