"Qualcosa di terribile" | Un pasticcio di estremismi, trollate e web-misticismo

Aggiornamento: lug 6

Di Mattia Carbone

Si può fare una bandiera delle buone intenzioni? La storia completa qui


«/pol/ literally trolling and writing national political history mfw [my face when] i’m part of it all» -Un post su 4chan


Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un libro eccezionale, purtroppo non ancora tradotto in italiano, che racconta la storia delle subculture giovanili di Internet degli ultimi quindici anni e la catastrofica trasformazione di alcuni siti storici nei principali attori del discorso politico americano contemporaneo. Si intitola It came from Something Awful, di Dale Beran, e se masticate un po’ l’inglese vi consiglio assolutamente di leggerlo. In questo articolo tenterò di riformulare la sostanza del discorso secondo le prospettive adottate su questo blog per l’analisi dei fenomeni sociali – nemmeno con troppo impegno: nel saggio di Beran c’è già tutto, e di mio verrà in aggiunta ben poco, a livello teorico.

La prima cosa che mi ha colpito, tra le tante che ho trovato in questo libro, è la strana somiglianza tra la mia adolescenza e quella dei miei coetanei americani ed europei dei primi anni 2000. Sorpresa immotivata, si potrebbe dire, per chi è cresciuto nell’età dell’oro della globalizzazione. Eppure, in Italia, il panorama delle subculture giovanili di Internet non era allora così nettamente strutturato come oggi. Mentre metà degli ex giovanissimi della mia generazione (la “Y”) viveva un’adolescenza piuttosto simile a quella dei loro genitori e fratelli maggiori, combattuta tra vita sociale cittadina o di paese, impegno parrocchiale e/o sportivo, delinquenza locale e/o studio matto, un’altra metà, che definirei oggi avanguardista, e nella quale mi riconosco in parte, anticipava gli sviluppi atomistici e solipsistici della gioventù contemporanea trascorrendo buona parte delle loro giornate su Internet ricercando anime, manga, videogiochi e pornografia di vario ordine e grado, talvolta condividendo le proprie passioni su forum e chat dedicati. A quanto pare, anche buona parte dei miei coetanei americani e europei di allora condivideva uno spazio sociale e culturale analogo, ritagliato negli stretti spiragli aperti dalle connessioni di allora.

La convergenza nel Web storico di questa gioventù atomizzata ha dato vita ad alcune piattaforme il cui impatto culturale, retrospettivamente, è a dir poco impressionante. La più famosa di queste, 4chan, si potrebbe definire alla lettera la Grande Madre di tutta la cultura web degli ultimi quindici anni. Per capirci: la maggior parte dei meme che ciascuno di noi usa o vede quotidianamente è nata su 4chan. La qual cosa, converremo, deporrebbe a favore della piattaforma, cui si può attribuire interamente la paternità delle nuove avanguardie espressive e artistiche con cui ciascuno di noi oggi comunica nello spazio privato delle chat e in quello pubblico dei social. Ma 4chan non è solo l’innocuo incubatore della moderna cultura visiva digitale – nonché l’alma mater del più celebre collettivo di hacktivisti del XXI secolo, gli Anonymous. 4chan è anche e soprattutto il foro d’aggregazione delle frange più inquietanti di quella che potremmo definire la cultura giovanile contemporanea. Questa si presenta fondamentalmente con la stessa postura che, per quel che posso ricordare, avevamo io e i miei coetanei tra i quindici e i vent’anni: profondamente nichilisti, disillusi e privi di orizzonti di senso o salvezza, e quindi barricati dietro l’ironia dissacrante, dediti al rimontaggio parodistico delle narrazioni e dei discorsi – una variante seminale e tutto sommato innocua di quello che oggi è il “trolling”, che sarebbe la trasformazione di quello stile in stilo, in strumento d’inganno e presa in giro, in base al presupposto che nessuna opinione o discorso meritino di esser presi sul serio.

Una rappresentazione non canonica di 4chan trovata su deviantart. Il personaggio che regge la scritta, mascotte ufficiosa del sito, è la protagonista del manga "Yotsuba &!".


C’è una differenza sostanziale, per la verità, tra il trolling contemporaneo e nichilismo ironico dei primi anni duemila – la stessa differenza, per quel che ne capisco, che corre tra la mia generazione e quella dei miei studenti. Ai miei tempi, la postura nichilistica, antipolitica e perennemente ironica – in definitiva postmoderna – costituiva sì un dispositivo efficace di creazione di un surrogato di identità generazionale, ma non diveniva mai, mi pare, meccanismo di discriminazione o consorteria teppistica. Questo, credo, perché all’epoca questa postura costituiva appunto un comportamento d’avanguardia, e dunque, a modo suo, aristocratico ed elitario, inscindibile da una forma irriflessa di noblesse oblige (1). Oggi che il web ha democratizzato presso le nuove generazioni questo atteggiamento – complice, chiaramente, la maledetta pandemia che li ha confinati nelle loro stanzette masturbatorie – esso si è trasformato in un pericolosissimo e deleterio dispositivo identitario, analogo per forma e contenuti all’humus sociale e culturale nel quale germogliarono nazismi e fascismi negli anni Venti e Trenta del Novecento.

Non sto esagerando: su 4chan, ma ancora più sui suoi derivati 8chan ed 8kun, si ritrovano oggi i peggiori esponenti del razzismo, dell’omofobia e del neofascismo contemporanei, liberi di esprimere le loro aberranti esternazioni a mezzo dell’anonimato che queste piattaforme garantiscono. Da liberale convinto, ho sempre apprezzato la libertà di espressione che questi siti concedevano, e mi sono ritrovato nell’imbarazzo di giustificare come questi spazi di dialogo si fossero trasformati in casse di risonanza delle peggiori aberrazioni ideologiche del Novecento. Eppure la spiegazione è semplice, a ben pensarci: la differenza è che la posizione liberale comporta automaticamente un’assunzione di responsabilità nel merito di quel che si dice, cioè del dialogo propriamente detto; ma un sito che consenta di esprimersi senza metterci il nome e la faccia, conservando l’anonimato, non ha niente a che fare con le istanze liberali e col dialogo. Piuttosto, esso ha i caratteri dello sfogatoio, e quindi anche la virtù di rimescolare e illuridìre tutto ciò che vi cade in un coro di voci non più umane ma in qualche modo ancora armoniche – il che ricorda da presso quella mistica dissoluzione degli individui nel corpo divino della massa che il Nazismo immaginava alla fine del suo sogno transumano.

Eppure – l’anonimato. Tentazione mistica perfetta, per i nati sul finire del XX secolo: dissoluzione che assolve – cioè libera – rifiutando l’ingiunzione eterna di identitarismo che viene dalla società dei consumi; risoluzione che denota un coraggio e una distinzione veramente eroici: mentre tutti gli altri agognano disperatamente il miglior selfie possibile, che garantisca ai follower e a loro stessi una residua sembianza di sostanza individuale – ecco che loro, i 4channer, si ritirano dalla competizione per la corona d’alloro dell’egoità con una risata. È possibile, domandano questi nuovi mistici del XXI secolo – dicevamo in cuor nostro, noi millennials cresciuti su Internet – è possibile essere veramente qualcuno, immersi fino al collo nel paradiso artificiale di plastica e menzogne che è la moderna società dei consumi? No – e allora morte – come diceva Shinji. Alla maniera del grande signore che scialacqua la potenza di cui è investito, per il semplice utente che ambisce alla massima distinzione, nell’epoca del massimo anonimato, la rinuncia all’identità pubblica è paradossalmente la più efficace politica d’identità immaginabile. (2)


Una storia, vera o falsa che sia, abbastanza paradigmatica dell’autorappresentazione narrativa e della parabola esistenziale dell’utente medio di 4chan.


A 4chan e al suo anonimato programmatico si contrapponeva, in quegli stessi anni così gravidi di conseguenze, l’avventura culturale dei giovani utenti di Tumblr. Questi, che erano soprattutto accomunati da condizioni classiche di emarginazione storica – omosessuali, minoranze etniche e di genere, sfigati d’altra stoffa, se così posso esprimermi – crearono una propria cultura giovanile fortemente legata all’ingiunzione identitaria che veniva dalla società ipercompetitiva nella quale vivevano, elaborando quella che è la moderna prassi della tolleranza e del politicamente corretto: antirazzismo, antiomofobia, body positivity, emendazione del linguaggio dal suo retaggio razzista e maschilista, aprioristica e incondizionata accettazione dell’altro nella sua posizione di trans, emarginato o deviante rispetto all’autoproclamata norma della società cis-etero-patriarcale. Questi giovani, identicamente angosciati dalla necessità di definire sé stessi in un contesto di crescente spersonalizzazione digitale e sociale, svilupparono la propria identità in una direzione speculare e antitetica a quella dei loro gemelli cattivi: creando uno spazio di accoglienza assoluta – identico per posizione al liberismo assoluto di 4chan – ma rifiutando tutto ciò che come un’istanza di giustezza e giudizio si contrapponesse alla libera auto-affermazione delle singole soggettività: costruite, queste, per aggregazione di frammenti di cultura web, film, serie tv, esperienze individuali e imitazione tra pari, come si è sempre fatto, nell’adolescenza – e come facevano anche gli anon di 4chan. La libertà di autodefinirsi, strenuamente difesa, ma difficilmente salvabile dal giudizio, in un contesto di sovraesposizione mediatica come quello del web, incancrenì presto in un tribalismo ostile alla menoma deroga al dogma dell’accettazione aprioristica dell’altro. È in questo contesto che è nata la censura del “ma” postposto a tutti i “non sono razzista”: non c’è diminuzione ammissibile, nemmeno in forma di dubbio metodico, alle politiche della tolleranza, quando il rischio concreto dell’alternativa è precipitare nel troll-nichilismo di 4chan – e forse, aggiungo, svelare il segreto inconfessabile della generazione dei padri boomer, che ipocritamente avevano sostenuto per decenni l’illusione del senso, spingendo una gioventù ipersensibile verso i poli opposti dell’ipocrisia o del nonsense. Quale migliore antidoto, contro il demone borghese della simulazione e del disimpegno, di un sano moralismo nazi?

La politica culturale degli utenti di Tumblr, fortemente identitaria, è presto etichettata e conseguentemente vessata dagli utenti di 4chan secondo le regole classiche del doppio mimetico. Nella sostanza, le due community condividono uno stesso humus culturale – la società dei consumi, la fruizione iterativa e manipolatoria delle narrazioni multimediali, anime, manga e serie tv, la moltiplicazione disorientante dei discorsi – e uno stesso problema di fondo – l’angoscia dell’identità di una generazione disertata dalle grandi narrazioni politiche, escatologiche e religiose del XX secolo – e con ciò pervengono a soluzioni politiche letteralmente speculari: snobistica affermazione dell’identità attraverso il noblesse oblige dell’anonimato da un lato, strenua difesa dello spazio di verità assoluta e autoaffermazione faticosamente ritagliato nel pantano del relativismo dall’altro. Ciò che più di tutto accomuna le due community, animate da una rivalità più che decennale, è la sostanziale identità delle loro istanze fondamentali: paradossalmente proprio la cultura della libertà, tardo retaggio del cristianesimo classico e del moderno razionalismo, la fondamentale urgenza di lasciare spazio all’altro e alla sua parola – che su 4chan si manifesta nella garanzia dell’anonimato e nell’assenza completa di censure o moderazione, mentre su Tumblr s’invera nel dogma inviolabile della tolleranza aprioristica di qualsiasi politica del sé propugnata dai diversi utenti. Questi “buoni propositi”, portati all’estremo da una consorteria e dall’altra, diventano paradossalmente la posta di una nuova e demenziale rivalità di doppi mimetici che ha preso piede nella cultura giovanile di Internet e sembra dover determinare gli sviluppi futuri non solo della webcultura, ma anche della politica nazionale dei paesi occidentali.

Sì – perché i politici e le loro agenzie di stampa, almeno in America, sembrano aver già imparato ad intercettare il linguaggio e le istanze di questa generazione cresciuta sul web per pilotare l’elettorato giovanile. L’elezione di Donald Trump alla presidenza nel 2016 – un evento così assurdo e inspiegabile, dalla prospettiva della storia recente – sembra sia dovuta in parte anche all’appeal che questo nuovo “declassato” – bianco cis-etero storicamente egemone, oggi escluso dal bel mondo e dai giri urbani venerati dall’opinione pubblica liberale – ha esercitato su quegli utenti di 4chan che, esclusi per necessità o per scelta dalla community dei “buoni”, tolleranti e super-carini ex-emarginati di Tumblr, hanno trovato nel Tycoon un doppio speculare della loro condizione di ex padroni del mondo patriarcale ridotti al rango di nuovi sfigati, scalzati proprio da quegli stessi ex-beta di cui fino a dieci anni fa infilavano impunemente le teste nei cessi. La cara, già vecchia storia della discriminazione al contrario: oggi sarebbero i maschi bianchi cis-etero a sentirsi discriminati. Balle, dicono gli araldi della Dottrina – ma il principio di base non era appunto rispettare aprioristicamente la definizione che di sé e dei propri sentimenti chiunque è autorizzato a dare? Se i maschi bianchi cis-etero si sentono così, il loro sentire non deve essere identicamente ascoltato e tollerato? Paradosso cis-liberale cui i nuovi detentori del Discorso saranno chiamati presto a rispondere…

Vengo così allo snodo più cruciale e paradossale di questo articolo, sul quale insisterò con intramontabile meraviglia. Come si è giunti a questa irriducibile e ridicola contrapposizione di liberali di 4chan e liberali di Tumblr, identicamente idealisti e praticamente inconciliabili? Ebbene: proprio a cagione di quella strenua politica dell’identità che da un lato e dall’altro si è scelto di perseguire più o meno scopertamente. Il tribalismo e la consorteria degli uni e degli altri non si sono scoperti mai in dialogo, ma solo contrapposti ferocemente sempre. Da un lato, la chiusura identitaria e leniniana del canone della tolleranza Tumblr ha ingenerato una chiusura speculare in coloro che, altrettanto liberali non per bontà intrinseca, ma per consuetudine di relativismo, di epigoni del XX secolo, non accettavano di vedere trasformata la loro stessa cultura – fatta di anime, manga, meme, pornografia e solidarietà tra sfigati – in un codice morale canonizzato e regolato. Dall’altro lato, la risposta anonima, sprezzante ed ironica dei 4channers – fatta di trolling estremo e sabotaggi volti non ad affermare una verità altrettanto assoluta di quella della community di Tumblr, ma a ribadire appunto il relativismo e l’assenza di verità di cui si è nutrita la mia generazione – ha rafforzato e consolidato la chiusura di quegli altri in forme ancora più bolsceviche – oserei nazistiche – e segnato quindi l’avvio di una nuova, deprimente e demenziale corsa agli estremi. Tanto più demenziale, poi, in quanto non è in nome di una compagine chiara di valori alternativi che i 4channers si oppongono al novello moralismo di Tumblr, ma anzi proprio in virtù di quel nichilismo assoluto che è caratteristico della generazione Y. Tanto più demenziale, poi, in quanto la protesta, che nasce come campagna massiccia di trolling del bigottismo Tumblr, diviene involontariamente cassa di risonanza e dispositivo di resurrezione e moltiplicazione di narrazioni suprematiste e neonaziste che fino a poco tempo fa serpeggiavano verecondamente nell’ombra, mentre ora si pavoneggiano fieramente nelle piazze americane ed europee.


Un esempio di raid di 4chan ai danni di Tumblr: nazistizzare e arianizzare i personaggi della nota serie animata pro-LGBT "Steven Universe"


Per capirci meglio – e arriviamo al punto più crucial-demenziale del discorso: fare un raid su Tumblr e postare meme che inneggiano al neonazismo e al suprematismo bianco poteva essere all’inizio una scelta di dissacrazione ironica, che spingesse all’estremo la chiusura identitaria dei destinatari del trolling per mostrare loro il doppio speculare del loro tribalismo, senza che i troll artefici condividessero veramente i valori anti-umanitari veicolati dalle svastiche e dai fasci littori che postavano. Ma l’Internet stolido e idiota, che tutto condivide e celebra senza discernimento, offre in questo modo alle fasce intellettualmente meno armate dell’utenza un bagaglio di immagini e ideologie storicamente consolidate cui fare ricorso nella confusione generale dei discorsi e delle idee, e sotto la pressante necessità di sviluppare una contro-identità di esclusi dalla compagine dei “giusti”. È così che neonazismo e neofascismo tornano alla ribalta sul web nel XXI secolo: grazie ai troll che fingono di propagandare ideali impresentabili ed offensivi per far innervosire i “buoni”, e involontariamente forniscono alla massa amorfa degli utenti meno scolarizzati – ovvero ai più giovani – un comodo dispositivo di identificazione che offre loro precisamente quell’immaginario forzista, machista e cis-etero-patriarcale che la community dei nuovi fighi disprezza profondamente. Tale sviluppo, ovviamente, non si sarebbe verificato se la vecchia web-subcultura elitaria e snobistica dei primi anni 2000 non fosse stata sdoganata presso la massa amorfa, atomizzata e devastata dall’isolamento sociale delle nuove generazioni. Ma anche questo è un film già visto, da molti punti di vista…

In un altro articolo ho cercato di spiegare come lo snobismo e la sprezzante sicurezza dei detentori del discorso possa involontariamente causare un ritorno del passato fascista rimosso, grazie all’identificazione facile che le ideologie antimoderne offrono a coloro che si sentono esclusi dai margini superiori della moderna società illuminata e liberale. Ora io non vorrei sembrare ripetitivo e autoreferenziale, ma quello che è successo negli Stati Uniti con i suprematisti bianchi supporter di Trump è un modello abbastanza convincente di quello che potrebbe succedere da noi, se i giovani italiani che vengono a scuola da me avessero una coscienza politica un filo più sviluppata e un’indole giusto un cicinnìn più suscettibile – caratteristiche che, per sana costituzione italica, e aggiungerei per fortuna, evidentemente non hanno. È mia convinzione che i giovani di oggi costituiscano potenzialmente la massa amorfa dei nuovi declassati – quelli che, seguendo alla lettera Hannah Arendt, compongono il bacino elettorale per eccellenza dei fascismi storici: individui atomizzati, isolati dal tessuto sociale e precipitati da una posizione di relativo privilegio a condizioni di mendicità sociale ed economica. Privi di un’identità politica e di luoghi di aggregazione, isolati nei loro universi digitali dall’imperversare di una pandemia fin troppo opportuna, in un momento storico consimile, i giovani di oggi sono più inclini che mai all’estremismo – sia che postino svastiche in anonimo su 4chan, sia che spòllicino furiosamente le storie dei loro sodali su Instagram. Ma sono i 4channers, misticamente perduti nel culto dell’anonimato generazionale, nella sofferta e pagliaccesca messinscena del trolling come ultimo, residuale attestato di presenza nel registro della Storia, sono questi gli angeli neri che più verosimilmente sacrificheranno le loro anime sull’altare di qualche dio irrazionale e feroce del nuovo millennio: per il semplice fatto che la loro posizione, per quanti sforzi si facciano in quella direzione, non può essere interamente sussunta dalla Babele del consumo e quindi commercializzata efficacemente – a differenza dell’ethos tumblrino, di cui si può apprezzare senza troppi sforzi il recente pervertimento commerciale. Perché c’è sempre un sotto del nichilismo – sotto l’effetto balsamico e narcotico che la commercializzazione di una certa postura può produrre – che è la disperazione suicidiaria. Kurt Kobain può essere messo in vendita, ma ciò che per sé stesso viola la macchina biopolitica, quello no. Se ne può produrre un surrogato – un’estetica emo-suicidiaria, certo – ma non si può vendere la dolce morte, lo scioglimento nell’LCL, il superamento del Lustprinzip. Almeno credo, ma il futuro forse è già qui per smentirmi…

In questi giovani combattuti tra un titanismo esasperato e la coscienza disperata della loro nullità rivedo i rivoluzionari indemoniati di Dostoevskij, gli Stavrogin e i Verchovenskij di quest’evo digitale, tanto più smaniosi quanto più affondati nella disperazione. E tanto maggiore è il senso della mia nullità quando mi rendo conto che, per questa generazione di post-tutto, nessuna narrazione ha più o meno valore di un’altra. Solo la presenza e l’esempio, forse altrettanto sofferente, furioso e imbarazzante di un vissuto di disperazione, possono suggerire loro l’impressione di una qualche autenticità – ma l’età adulta è incompatibile, io credo, con quella serietà emotiva che è solo propria dell’adolescenza.

Spesso ci inganniamo, noi adulti, quando pensiamo che catechizzare sulle fake news e il fact-checking sia la ricetta per salvare queste generazioni e quelle future dal delirio presente e a venire. In un altro articolo, parlando del meraviglioso Paranoia Agent di Satoshi Kon, ho cercato di formalizzare la perfetta sovrapposizione di immaginario e reale che la nostra civiltà ha prodotto senza accorgersene. Un altro esempio, tratto dagli epici resoconti delle faide tra Tumblr e 4chan, serve perfettamente alla bisogna. Quando, nel 2016, qualcuno pubblicò il contenuto di alcune mail private di Hillary Clinton, allora in corsa per la presidenza, i troll di 4chan, fedeli al loro credo di dissacrazione e moltiplicazione incendiaria delle narrazioni, elaborarono una demenziale teoria del complotto collegando elementi irrelati delle mail che avrebbero rivelato l’esistenza di una rete di pedo-satanisti d’alto bordo che organizzavano i loro turpi consessi carnali con minori nei sotterranei di una pizzeria di Washington. È il famoso “Pizzagate”: un capolavoro di demenza narrativa di cui il me stesso del 2005, sono certo, avrebbe riso fino a star male. Ancora più avrei riso – ROTFL, si diceva allora – al pensiero che questa storia inventata per gioco potesse diventare, con la complicità di qualche malintenzionato e dei media, oggetto di dibattito e controversia nazionale. Il me stesso del 2005 sarebbe morto – dalle risate, si intende – leggendo di Hillary Clinton che accusa Pepe the Frog – meme molto diffuso su 4chan e talvolta impiegato nel trolling a tema Trump, immagine di una rana triste che rappresenta sostanzialmente uno sfigato – di essere un simbolo inquietante del nuovo suprematismo bianco.

La sovrapposizione tra Pepe the Frog e Donald Trump, croce e delizia dell’utenza di 4chan e dei massmedia americani


Sì – gli utenti di 4chan, pagliacci nichilisti, prìncipi Hal senza più Falstaff, sono senza dubbio i miei fratelli spirituali di allora – e quindi mi domando, alla luce di certe controversie che ancora oggi mi capita di sostenere con amici e amiche di specchiata moralità, se seguendo una certa china sarei potuto finire anch’io a trollare le minoranze su 4chan e a postare svastiche e meme di Pepe the Frog con il parrucchino di Trump. Quello che è che molte di quelle persone – i giovani di 4chan, ma anche i loro cuginetti di Tumblr – hanno cercato una via d’uscita dal nichilismo di cui si sentivano soffocare, prima che nelle politiche transfemministe o nel neonazismo, in quelle stesse narrazioni alle quali io rimango ancora oggi aggrappato come a un travicello nella burrasca: anime e manga.

Ricordo perfettamente cosa significavano per me, all’epoca, quelle narrazioni: una finestra aperta su un mondo luminoso, di idealità perfetta, che allora forse consideravo più lucidamente come escapismo illusorio, oltre il quale mi aspettava la dura realtà del mondo informato dal consumismo rivalitario e idolatra. Oggi, forse per un precoce rimbambimento, forse per grazia, voglio credere che da qualche parte, in quelle mie impressioni di gioventù, in quelle storie che mi coinvolgevano fino alla commozione, voglio credere che residui una speranza – se non per tutti, almeno per me. Mi ha profondamente colpito la notizia, meno che marginale nel libro di Dale Beran, che la community originaria di 4chan si radunava inizialmente su un sito che doveva il suo nome alla canzone Raspberry Heaven, sigla finale di Azumanga Daioh, un anime molto noto negli USA di allora, da noi quasi del tutto ignorato. Sono andato ad ascoltarmela, affascinato dalle poche pennellate con cui Dale Beran dileggiava l’escapismo zuccheroso evocato dalle melodie delle sigle giapponesi. Sì, mi sono detto – è proprio così. Rivedo il me stesso del 2005, sedicenne nichilista e arrabbiato, ascoltare ossessivamente per ore e ore la stessa diabetica sigla finale di Kare Kano e struggersi di rabbia e commozione. Quei sentimenti nascevano dal senso straziante della sproporzione tra idealità e realtà, che è il cruccio tremendo dell’adolescenza di ogni tempo. I miei fratelli americani, ascoltando Raspberry Heaven con identica insistenza, bevevano, ne sono certo, lo stesso calice amaro dalla pozza dell’inconscio collettivo. Tale sensazione di profonda armonia, io credo, può creare quell’impressione confusa che la Verità risieda nei luoghi di aggregazione collettiva, dove l’individualità è abolita e le anime risuonano tutte nella mistica pienezza del corpo spirituale della Nazione o del Popolo. Quella sensazione – chi l’ha provata sa di cosa sto parlando – è la china pericolosa sul cui bilico si gioca l’alternativa – che forse nemmeno è tale – tra mistico pleroma e totalitarismo nazista.

Chiudo con le parole inquietanti ed emozionanti di Frederick Brennan, ex 4channer, nichilista redento, oggi fiero avversario di tutte le teorie del complotto e del suprematismo bianco:

«All’epoca mi sembrava che 4chan fosse un portale segreto aperto su quello che le persone pensavano. Era come se tutti nel mondo reale stessero mentendo, che non stessero dicendo quel che credevano veramente. Mi sentivo come se stessi guardando dietro la maschera. Ma nella realtà, ho capito molto più tardi, la maggior parte delle persone non pensava davvero quelle cose». (3)

Cos’è allora che Frederick Brennan ha visto dietro la maschera – e che io pure sono certo di aver visto, senza aver mai frequentato 4chan, in qualche momento della mia stolta adolescenza? Quale immagine strana del rimosso collettivo, delle forze del male e della terra? Ma a questo punto, in omaggio alle mie radici, chiudo senza sapere più cosa sto scrivendo.


Un fotogramma dalla sigla finale di "Kare Kano"


* * *


(1) Non è un caso se, dopo il 2012, su 4chan si diffuse questo particolare meme, che rappresenta una raffinata stick figure dai connotati signorili e contegnosi. Si percepiva già allora che il codice discorsivo e l’etichetta formatasi su web tra il 2005 e il 2010 rappresentavano una nuova forma di snobismo aristocratico.

(2) Si legga la splendida definizione di “4channer” a questo link. Sul tema stesso, un commento randomico solo in apparenza: Thomas Pynchon, forse il più grande narratore del XX secolo, ha perseguito una ferrea politica di anonimato pubblico per tutta la vita. Leggendo le sue storie allucinate e demenziali, e considerando attentamente quanto scialo di potenza egli ha dispiegato in questa spossante edificazione e dissoluzione del proprio ego ipertrofico, il lettore attento sentirà tremar le vene e i polsi.

(3) La dichiarazione è riportata da Dale Beran nel suo libro. Mi viene troppo in mente Pasolini, e spero che mi si perdonerà il riferimento così peregrino: «La fantasia / non basta a immaginare un’esperienza/ di ignoranza e ricatto. La borghesia/ è il diavolo: vendergli l’anima senza/ contropartita? Oh, certo no: bisogna / adottare la sua cultura, recitare/ come un Pater Noster la vergogna/ dell’esordio puramente formale, / della clausola mistificatrice.../ Ed essere retorici significa odiare, / essere incolti significa aver perso / deliberatamente ogni rispetto per l’uomo, / Il vecchio amore per l’ideale si riduce / a fingere disperatamente con se stessi, / a credere in ciò che mentendo si dice».

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