Capri espiatori femminili | Indizi di tappe diacroniche nei miti

Aggiornamento: 16 nov 2020

di Pietro Somaini

Nella sua lettura dei miti l’antropologo René Girard non individua solo la struttura sincronica che gli permette di documentare un linciaggio trasfigurato che ha riportato la pace dopo la crisi, ma riconosce anche una struttura diacronica nella tendenza a trasfigurarlo sempre di più, a censurare sempre più gli aspetti più violenti e scomodi del racconto (della lettura di questi miti mi sono occupato nell’articolo Non siamo stati noi). Naturalmente si tratta sempre di una verità “statistica”: come non è sostenuto che a ogni singolo mito corrisponda il linciaggio di un capro espiatorio, non è nemmeno sostenuto che a ogni singola versione ne corrisponda una precedente più violenta. L’elemento della diffusione non è bandito, semplicemente non occorre assolutizzarlo come nel diffusionismo.

È importante sottolinearlo prima di prendere in considerazione l’ipotesi di Giuseppe Fornari nell’introduzione a Miti d’origine di Girard, secondo cui esistono anche altre tappe diacroniche sfuggite al grande antropologo. Egli recupera un mito dei Venda, popolo del Sudafrica.

La storia racconta di Pitone, divinità dell’acqua, che a un certo punto non permette più di piovere e tutti i fiumi seccano. Abbiamo quindi tutti gli stereotipi di persecuzione, come definiti in Il capro espiatorio: crisi, accusa e al posto del segno vittimario del presunto colpevole il segno della divinizzazione dopo il linciaggio. Invece il racconto prende una piega diversa: tutta la colpa è della sua seconda moglie, troppo curiosa di scoprire la verità sulla natura del marito (un po’ come Semele, la madre di Dioniso, con Zeus). Per questo viene affogata.

Fornari sottolinea questo passaggio e sostiene che abbiamo due capri espiatori riconducibili a due tappe diacroniche differenti. Il primo è certamente il Pitone, ma in una seconda fase si è aggiunta una nuova vittima, colei che era ritenuta sua moglie. Quindi abbiamo due linciaggi, uno successivo all’altro, il cui racconto si è sovrapposto al primo.


In questo mito la distinzione delle due tappe non è evidente, sembra un’ipotesi un po’ azzardata, ma ne esiste un altro in cui lo è molto di più. Si tratta di un racconto dei Jukun, popolo della Nigeria, riportato dall’etno-antropologo e semiologo Masao Yamaguchi.

Qui si narra che la regina madre chiede al consiglio di eleggere re suo fratello. Il consiglio acconsente, ma lui è un re sospettoso e per questo inizia a commettere una serie di delitti. Alla fine arriva a uccidere la sua stessa sorella e a questo punto il popolo in massa lo abbandona. La struttura è sempre la stessa: c’è la crisi, il colpevole, il segno vittimario è la regalità e non manca nemmeno l’isolamento, anche se qui non è il re ad essere espulso (come Edipo), ma l’intero popolo (pacifista e innocente) che si auto-espelle.

Il colpo di scena lo offre la morale che Yamaguchi riporta: secondo i Jukun questa storia dimostra che le donne non devono governare. Questa morale oltre a ignorare totalmente il ruolo del re (notare che “ignorare” è diverso da “discolpare”), è anche incoerente con il fatto che è l’intero consiglio a scegliere il re, non la sola regina madre. Insomma sembra chiaro che l’interpretazione che individua come nuovo capro espiatorio una donna sia successiva rispetto alla prima interpretazione che ha portato all’elaborazione del mito in cui il capro espiatorio è invece un uomo, il re.


A partire da questa importante conferma si possono intravedere indizi meno evidenti in altri miti, in cui è richiesto uno sforzo in più. Uno famoso è quello del re di Micene Agamennone che offende la dea Artemide e per questo la sua flotta non può partire verso Troia. La struttura è la solita, ma non è chi ci aspetteremmo che paga il prezzo dell’accusa da tutti accettata: ad essere immolata è la figlia di Agamennone Ifigenia.

Discorsi sull’incapacità dei primitivi di riconoscere il vero responsabile, come siamo in grado noi, sono solo giustificazioni che si aggiungono a quelle dei miti. Con Edipo nessun Tebano aveva dovuto fare sforzi mentali per riuscirci. Né Clitennestra aveva studiato filosofia quando uccide Agamennone per vendicare la figlia Ifigenia, né Oreste quando uccide la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone.

Quando c’è da vendicare sono tutti bravi a riconoscere il vero colpevole: forse, come Girard ha suggerito, l’unico vero problema è proprio questo. Forse spiega anche il motivo per cui si passa dal re a una donna della sua famiglia (la moglie per i Venda, la sorella per i Jukun, la figlia per i Micenei). Il re è l’immediato colpevole di ogni male della comunità, quindi è comprensibile che sia il primo capro espiatorio, in un secondo momento un’inconscia astuzia (ricordiamo sempre che il transfert deve essere necessariamente inconsapevole) porta a scegliere una persona a lui subalterna, quindi più debole sul piano sociale, con meno probabilità di essere vendicata: una donna della sua famiglia è un capro espiatorio migliore.

Naturalmente un’ipotesi del genere richiede da un lato ulteriori conferme sul piano empirico e dall’altro ulteriori approfondimenti sul piano teorico. La riflessione appena proposta è del tutto provvisoria: non è detto che il passaggio dal primo al secondo capro espiatorio sia riconducibile a una fase in cui è già presente una chiara struttura sociale, che distingue ruoli come quello del re e quelli subalterni delle donne della sua famiglia. Si possono formulare ipotesi differenti (per esempio potrebbe essere stata una questione di genere: un passaggio dal maschio alla femmina, mediamente più debole fisicamente) che se apparentemente si distaccano maggiormente da questi miti, hanno il vantaggio di avere meno presupposti, come appunto quello di una struttura sociale già consolidata.

Un testo che potrebbe offrire interessanti contributi è forse l’Antigone di Sofocle, opera molto meno studiata dell’Edipo re da parte di Girard, benché siano note le importanti letture che pensatori come Hegel hanno proposto. Forse non aver elaborato l’ipotesi di più di un capro espiatorio all’interno di un unico racconto lo metteva in difficoltà nella lettura di quella così complessa tragedia (il rimando è all’articolo Creonte e Antigone).

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