Senza che gli consenta | Difesa della vittima o caccia a un colpevole?

di Pietro Somaini


Questo articolo si prefigge un risultato difficilissimo: prendere un caso quando da soli pochi giorni è stato gonfiato in maniera spropositata e ha generato, ovviamente, le più impulsive e scandalistiche reazioni (al punto che la risposta più sobria e di buon senso, per chi scrive, è sembrata essere quella delle immagini ironiche) e cercare di trarre da esso una qualche riflessione sensata. Che questo risultato sia stato ottenuto nelle righe che seguono è tutt’altro che scontato.

D’altra parte, come mi è stato correttamente fatto notare, era giusto che mi sentissi chiamato in causa, dal momento che solo poco tempo fa pubblicavo in questo blog un articolo in cui criticavo la Disney citando, tra gli altri film, proprio Biancaneve e i sette nani. Che allora io faccia chiarezza sulla mia posizione in merito alla storia del “bacio non consensuale”, presumo che a nessuno o a ben pochi interessi gran che (per fortuna la mia opinione non è autorevole), ma invitare a riflettere su alcune questioni penso ne valga molto più la pena. Come dopo quell’articolo ho voluto pubblicarne un secondo, in cui confrontavo la Sirenetta di Andersen con la versione dell’azienda statunitense, non per insistere a sminuire la seconda e farne il mio prestigioso capro espiatorio, ma per meglio palesare che esistono effettivamente due approcci opposti alla fiaba, così ora vorrei svincolarmi dai partitismi pro o contro certe narrazioni e sfruttare il caso oggi all’attenzione di tutti per meglio argomentare un’altra tesi che esposi: per quanto sia mossa da nobili intenzioni (ammesso che lo sia sempre), la “purificazione morale” è strutturalmente direzionata a produrre effetti opposti a quelli dichiarati.

Questa tesi critica un’attività “ripulitrice di ciò che non va bene” che è sia della Disney da sempre sia ciò che si rimprovera alla Disney di non fare mai abbastanza. Quindi dovrebbe essere facile non prendere partito: basta constatare che entrambe le posizioni hanno lo stesso presupposto di fondo. Lungi dall’essere un vero attacco ai canoni disneiani, la lamentela di un “bacio non consensuale” è una critica che rispetta la più assoluta ortodossia ad essi, con buona pace di chi ha gridato allo scandalo per tale richiesta di censura (dimentico o ignorante di quanto fu a suo tempo censurato della fiaba dei fratelli Grimm?).



Per argomentare questa affermazione basta riprendere la scena di Biancaneve e i sette nani da me criticata nell’articolo sopracitato e confrontarla con quella messa sotto processo in pubblica piazza: la prima mostra un personaggio demonizzato per tutta la storia che muore casualmente senza alcun contatto, benché ci sia una folla di inseguitori; la seconda, quella vista come scandalosa, è l’esatto opposto sotto tutti gli aspetti: Biancaneve è la vittima per tutta la storia che in quel frangente ritorna alla vita per tramite di un contatto, il bacio.

Ciò che risulta è che a ben guardare alla Disney viene rimproverato di non aver mantenuto la stessa “purezza” nel secondo caso come nel primo: il principe avrebbe dovuto avere la stessa puritana delicatezza nello svegliare la sua bella che hanno i nani nel sospingere la loro nemica giù dal burrone. Allora anche lui sarebbe stato moralmente ineccepibile. La strega cade da sola, Biancaneve deve dare il suo consenso. Invece la Disney nel finale si arrischia a uno strappo a un suo canone e sbaglia. Gli ortodossi del canone se ne accorgono e non perdonano, gli ortodossi della “fiaba della propria infanzia” perdonano ancora meno, ecc.

Ma torniamo alla tesi che la “purificazione morale” fallirebbe nel raggiungere l’obiettivo dichiarato, perché il lungo successo della Disney e tutta questa fedeltà ai suoi canoni sembrerebbero confutarla. Invece se si guarda bene su cosa sono fondati, ne sono la prova.

Quale sia il vero desiderio nascosto, balza all’occhio se si prendono in considerazioni diversi film, come fu fatto nell’articolo sopracitato, ma anche il caso odierno è emblematico.



Si avrà prima notato che l’elemento del contatto non è l’unico che differisce nelle due scene confrontate: nella prima un processo di demonizzazione ci conclude con la morte desiderata, nella seconda, quella che urta la sensibilità, un amore non deciso, ma donato, salva riportando alla vita.

Forse non è una coincidenza. Forse la vera fedeltà al canone disneiano coincide non solo e non tanto con il mantenere l’assenza di contatto, ma con il conservare Biancaneve nel ruolo di vittima, mentre invece nel finale lei smette di essere tale (1). Forse la “purificazione morale”, se dichiarativamente si erge a difesa dei personaggi che subiscono violenze (i buoni, i deboli, chi più ne ha più ne metta), in realtà giustifica così la caccia a colpevoli da accusare e nell’eterna efficacia di questa prassi trova il suo vero successo. Dopotutto se si mette sotto accusa la scena di un’azione salvifica, è difficile credere che lo si faccia nell’interesse della persona salvata e non per un certo astio nei confronti di chi si assume la parte di salvatore.

Anche con buoni motivi, perché no? È del tutto palese che questa fiaba rispecchia una società con certi valori e in cui i ruoli delle figure maschili e femminili sono definiti in un certo modo. Negarlo sarebbe semplicemente ridicolo (con buona pace di chi crede nelle storie “senza tempo” e difende quelle Disney che sono rimaneggiamenti dell’ultimo secolo). Però lo è altrettanto pretendere di risolvere la storia, al posto di collocarla nell’epoca storica a cui appartiene, puntando il dito contro il principe, che svolge la sua parte esattamente come Biancaneve la sua in tutte le vicende e non certo solo in quel momento. Se l’accentuata passività nella protagonista per l’intera fiaba fa comodo fin tanto che la identifica come vittima assolutamente innocente nella rivalità con la nemica e poi diventa lo strumento per trovare un secondo colpevole, risulta difficile mettere in dubbio la tesi che dietro la retorica di voler rendere più “buona” la storia si nasconda solo la caccia a sempre nuovi capri espiatori da mostrare come “cattivi”.


(1) Sul desiderio che non ci sia contatto e che si preservi un elemento di vittimismo rimandiamo allo studio di De Rougemont in L’amore e l’occidente a proposito del successo letterario, risalente ai romanzi cortesi medievali, di un Eros che per essere vero non deve mai consumarsi, fino a considerare come finale migliore la morte tragica, che lo consacri all’eternità senza che mai possa esaurirsi.

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