Le moderne fiabe di Andersen | Parte 5: Sapienza e perdono

Aggiornamento: set 29

di Pietro Somaini


Parte 1: Uno sguardo nuovo rivolto a un dramma antico


Parte 2: Il desiderio di felicità


Parte 3: L'ondata della violenza fino agli ultimi


Parte 4: Capri espiatori e la verità degli ultimi


A conclusione del percorso, in cui è emerso come Andersen avrebbe potuto tranquillamente essere annoverato tra gli scrittori apprezzati da Girard per le loro intuizioni, vogliamo mostrare che il padre della fiaba moderna avrebbe potuto insegnare ancor più di quanto l’antropologo ha appreso. Il teorico non è in grado di rispondere alla domanda che da subito i racconti ci hanno imposto: come non cadere nella menzogna? Rispetto al problema di lasciarsi definire dalla violenza, egli si limita a dare un nome al modello positivo, Gesù Cristo, e nulla più.

Ma in una fiaba, come nella vita reale, questo non basta. La fiaba non dà una definizione o una esposizione rigorosa di un dramma, lo racconta, cioè lo manifesta: per questo a lei non basta un nome per dire che si può risolvere.

Se in I vestiti nuovi dell’imperatore Andersen, con sguardo profetico, sembra già anticipare il dramma del relativismo contemporaneo, in Una foglia dal cielo avverte saggiamente il dramma di una sapienza che non porta frutto.

Di nuovo la storia di una degli ultimi. Cresce un germoglio nel punto in cui è caduto sulla terra un petalo di un fiore del giardino del cielo.

«È una pianta molto strana!» (H. C. Andersen, Fiabe, Mondadori, Milano 2012, p. 403), perciò le altre reagiscono in maniera ostile:


«Stai facendo tutto a modo tuo. Non ci si comporta così, non possiamo certo stare qui a reggerti!»


Poi arriva un professore di botanica pieno di attestati per le sue competenze. «È una varietà nuova!» dice correttamente, ma poi aggiunge:


«Non conosco quello che non fa parte del sistema!»


Per conservare il sistema si deve espellere ciò che è estraneo.



«Passò nel bosco una povera e innocente bambina; il suo cuore era puro, la ragione illuminata dalla fede; tutto quello che possedeva era una vecchia Bibbia, ma da quelle pagine le parlava la voce di Dio: Se gli uomini ti vorranno male, ricorda la storia di Giuseppe: “Essi pensarono il male nei loro cuori, ma Dio li convertì al bene”; se subisci un’ingiustizia, se vieni misconosciuta e ingiuriata, ricordati di Lui, il più puro e il migliore di tutti, che schernirono e inchiodarono all’albero della croce, dove Egli pregò: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”» (p 404)


È incredibile come senza Girard questo passo sia incomprensibile: quale collegamento può esserci tra una pianta in un bosco e la storia di Giuseppe? E il rimando alla crocefissione di Cristo? Senza la tesi sull’universalità del meccanismo del capro espiatorio e sul capovolgimento della prospettiva in alcuni racconti biblici e nei Vangeli dobbiamo pensare che Andersen sia impazzito. È estraneo al nostro sistema.

Tornando alla bambina, ciò che ha più valore non è certo il bel pensiero, ma il gesto di non impossessarsi della pianta, affinché non appassisca: coglie solo una piccola foglia da tenere con sé.

La fiaba non termina qua perché Andersen è rimasto lucido: e il resto del mondo? La pianta è ancora lì e continua a crescere. Grazie alla scelta della bambina chiunque potrebbe goderne, invece finisce malamente bruciata prima che si scopra che le sue foglie possono salvare il re malato (qui di nuovo vittima riconosciuta).


«Non si trovò neppure una fogliolina, l’unica rimasta stava nella bara della fanciulla morta, ma nessuna lo sapeva» (p. 405)


Ai personaggi di queste fiabe, come alle persone reali, non basta dare un nome alla salvezza.



Vogliamo, dunque, terminare con La fanciulla che calpestò il pane. Abbiamo appena visto che Andersen recupera non solo lo stesso testo, la Bibbia, che tanto ha entusiasmato Girard, ma anche gli stessi passi, mettendo in luce lo stesso messaggio: non può essere una coincidenza. Ma abbiamo anche visto che lo scrittore danese anticipa l’ultimo problema girardiano: se qualcuno scopre la verità, il mondo non è salvo. L’antropologo vede la violenza imporsi con sforzi moltiplicati, le fiabe ci mostrano anche un altro esito.

Una bambina superba e cattiva, che per non sporcare le scarpe nuove, getta il pane nel fango con l’intenzione di poggiarci sopra il piede, sprofonda all’inferno, dove resta pietrificata. Non se l’è meritato?


«Era una bambina peccatrice!» (p. 466)


Così la ricordano tutti. Certamente non mentono. Ma la sua storia diventa esemplare: lei diventa l’emblema e i bambini la devono odiare. La reazione della protagonista, Inger, che sente tutto, è scontata:


«anche gli altri dovrebbero venire puniti per i loro peccati»


Si ritorna al circolo della rivalità mimetica. Lo sprofondare all’inferno e la pietrificazione qui non sono punizioni mitico-stereotipate, ma descrizioni mitico-simboliche degli effetti delle dinamiche violente (infatti si precisa che l’anima di Inger «diventò ancora più rigida del corpo»). Cosa può invertirle?

Accade che una bambina “innocente”, solo questo di lei viene detto, al sentire la storia inizia a piangere.


«“Non tornerà mai più su?” chiese la bambina. E le fu risposto: “No, non verrà mai più su”. “E se chiedesse perdono e non lo facesse più?” “Ma non chiederà certo perdono!” dissero. “Vorrei tanto che lo facesse!” concluse la bambina, inconsolabile» (p. 467)


Ancora una volta è decisiva la presenza di una degli ultimi, non una vittima, ma colei che non è presa dal vortice delle accuse: in questo senso è “innocente”. Da quel momento l’inversione. Inger, «sopraffatta da tanto inimmaginato amore» (p. 468), si pente e piange a sua volta. E le viene data la possibilità di redimersi, come in effetti succede.

Come si evince da questa fiaba, il grande tema rimasto inesplorato da Girard è quello del perdono: senza questo il riconoscimento del meccanismo del capro espiatorio resta pura teoria. Lo stesso antropologo ha sottolineato che la tragicità del dramma consiste nel fatto che nel peggiorare della crisi tutti sono sempre, almeno parzialmente, nel torto: come non fermarsi agli errori dell’altro senza un’educazione al perdono?

Girard infatti ha dovuto esaltare il ritiro di Hölderlin. Improvvisamente la soluzione non è più affermare la verità, ma fuggire dal problema. Andersen invece non tradisce la sua vocazione: il perdono non è fingere che non c’è colpa, opzione che di sicuro non ferma l’escalation della violenza, anzi è proprio affermare la verità che nessuno è determinato definitivamente dalla propria colpa. Per quanto rischiosa è l’unica possibilità di salvezza.

Questo è il compito degli ultimi: affermare che tutti lo possono essere. Non sono gli eletti nel senso comune del termine, non sono gli immacolati, sono tutti quelli educati a guardare la verità che la violenza nasconde. E la più grande verità che la violenza nasconde è la dinamica costitutiva che sempre la precede. Ma questa considerazione ci introduce in un nuovo percorso, la cui guida sarà Tolkien.

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